Daniela Baldassarra: «La comicità fa a pezzi pregiudizi e tabù»

Da Penelope a Circe, le donne dell’Odissea tornano a parlare in “Penelope e le malafemmine”. Daniela Baldassarra tra stereotipi, libertà femminile e una comicità capace di mettere in discussione pregiudizi e tabù.

Penelope è davvero soltanto la moglie fedele che aspetta? E Circe, Calipso, Elena e le Sirene sono davvero le seduttrici, le tentatrici e le donne pericolose che secoli di racconto ci hanno consegnato?

Con “Penelope e le malafemmine”, Daniela Baldassarra torna ai grandi classici dopo le sue riletture della Divina Commedia e della Bibbia e sceglie l’Odissea. Ma questa volta Ulisse deve fare un passo indietro: al centro ci sono le donne.

Scrittrice e monologhista, Baldassarra utilizza la comicità per attraversare stereotipi, doppi standard e contraddizioni che non appartengono soltanto al mondo omerico. Nel suo spettacolo il mito diventa così uno specchio nel quale osservare anche il presente.

Alla vigilia del suo primo tour teatrale nazionale, l’abbiamo incontrata per parlare di Penelope e delle sue “malafemmine”, ma anche del rapporto tra comicità e temi di genere, della libertà di Circe e di ciò che significa, oggi, salire su un palco e provare a cambiare uno sguardo.

Ecco cosa ci ha raccontato

“Penelope e le malafemmine” parte da personaggi che appartengono all’immaginario collettivo da secoli. Quando è nata l’idea di tornare all’Odissea guardandola, però, dalla parte delle sue figure femminili?

Dopo aver portato in teatro le rivisitazioni ironiche della Divina Commedia e della Bibbia, ho pensato di chiudere la triade di quelli che considero i capisaldi della cultura letteraria di tutti i tempi con una rilettura dell’Odissea. Occupandomi da sempre di tematiche di genere, mi interessava analizzare le figure femminili della storia che a mio avviso sono le vere protagoniste.

Nel titolo metti insieme Penelope e le “malafemmine”. Chi sono, per Daniela Baldassarra, le malafemmine di questa storia? E quanto c’è di volutamente provocatorio in questa parola?

È tutto molto provocatorio, non solo il titolo! Le malafemmine sono le donne che hanno sedotto Ulisse noncuranti dell’esistenza di una moglie, Penelope, che lo aspettava a casa. Ho giocato un po’ sul luogo comune relativo all’adulterio che «è sempre colpa dell’altra donna, e mai del povero uomo ingenuamente sedotto!».

Penelope è tradizionalmente il simbolo della donna fedele che aspetta Ulisse. Nel suo spettacolo cosa accade quando smettiamo di guardarla attraverso gli occhi dell’eroe e le restituiamo una voce propria?

Resta tale, una donna fedele, accuditiva e leale. La differenza è che viene derisa e messa un po’ in dubbio dalla voce narrante del monologo, che tenta in tutti i modi di tirarla giù da un piedistallo di perfezione che penalizza e “fustiga” le donne diverse da lei.

Accanto a Penelope ci sono Elena, Circe, Calipso e le Sirene: donne molto diverse, spesso tramandate attraverso definizioni precise — la traditrice, la seduttrice, la maga, la tentatrice. Quanto di questi archetipi sopravvive ancora oggi nel modo in cui giudichiamo le donne?

Il corpo e la vita delle donne sono da sempre un vero e proprio campo di battaglia sociale. Gli archetipi possono anche essere dei riferimenti sani, gli stereotipi no. Tutte le donne dell’Odissea (a parte Penelope) sono state malgiudicate sempre da un occhio maschile (o maschilista?). Io le riabilito tutte, perché dobbiamo imparare a rispettare le diversità.

Lo spettacolo utilizza la comicità per affrontare stereotipi, doppi standard e rapporti tra uomini e donne. Quanto è importante per lei far ridere il pubblico prima — o magari proprio mentre — lo si porta a interrogarsi su qualcosa di più scomodo?

La comicità è la forma di comunicazione più seria, perché fa a pezzi pregiudizi e tabù. Tra l’altro ci consente di raggiungere un pubblico ampio e eterogeneo, e ci dà la grande possibilità di guardarci allo specchio con clemenza, senza cioè aver paura dei nostri limiti e delle nostre gabbie mentali.

C’è una delle donne che porta in scena nella quale si riconosce maggiormente, oppure una che durante la scrittura l’ha sorpresa più delle altre?

Circe è una donna potentissima, una strega, una femminista sfegatata. Se Ulisse non fosse stato aiutato da un dio, sarebbe stato trasformato in maiale esattamente come i suoi compagni di viaggio. Circe è una donna libera, unconventional, è una seduttrice, si arrabbia se gli altri non soddisfano i suoi desideri. Mi è piaciuto molto attualizzarla e renderla “una di noi”.

Il suo lavoro nasce spesso dall’osservazione della società e delle contraddizioni che attraversano il mondo femminile. Quanto della Daniela autrice nasce dalla Daniela che osserva ciò che accade intorno a sé?

Io osservo, soffro per quello che vedo e trasformo tutto in creatività. È la strada che ho scelto per non soccombere alla miseria di ciò che i miei occhi osservano ogni giorno. Apatia, rapporti umani ridotti ai minimi termini, invidia, cattiveria. Siamo un mondo allo sbando. Sul palco io non porto personaggi, porto me stessa e la bellezza che una risata ci offre.

Questo è anche il suo primo tour teatrale nazionale. Che significato ha per lei portare “Penelope e le malafemmine” davanti a pubblici e città differenti? E c’è qualcosa che cambia nello spettacolo a seconda delle reazioni che incontra?

Non cambio lo spettacolo in base al pubblico, anche perché per me non esiste la parola “pubblico”, ma esistono tante singole persone che sono venute ad ascoltarmi. E ognuna di loro vivrà un’esperienza differente a seconda della sua vita, delle sue idee, della propria sensibilità. Non sapremo mai cosa abbiamo scatenato in ogni singola pancia. Parlare di “pubblico” come una massa informe per me è estremamente riduttivo.

Nel corso del suo percorso artistico ha utilizzato la parola e l’ironia per raccontare temi che riguardano le donne e la società. C’è qualcosa che oggi sente di poter dire sul palco in maniera diversa rispetto a quando ha cominciato?

Sono una persona diversissima rispetto a 15 anni fa, ma anche rispetto a un anno fa. E guai se non lo fossi, perché restare sempre la stessa significherebbe non evolversi, non maturare, non imparare dall’esistenza che fluisce giorno dopo giorno. Oggi sento di poter affrontare tematiche più complesse, più scottanti e più difficili con maggiori consapevolezze, e anche prendendomi la responsabilità di dire verità molto scomode. Parlo solo di argomenti che ho studiato in profondità, diversamente taccio. Non sono una persona che pretende di avere un parere su tutto.

Dopo aver incontrato Penelope e le sue “malafemmine”, con quale domanda — più che con quale risposta — vorrebbe che il pubblico uscisse dal teatro?

Vorrei che si chiedessero: «Da domani, posso provare a guardare le donne con occhi diversi?». Sarebbe un’enorme vittoria.

È proprio una domanda, dunque, a chiudere il cerchio. Daniela Baldassarra non chiede allo spettatore di uscire dal teatro con una lezione imparata, ma con la disponibilità a cambiare prospettiva.

Ed è forse qui che Penelope e le malafemmine trova il punto d’incontro tra il mito e il presente: nelle storie che continuiamo a raccontare sulle donne, nelle etichette che attraversano i secoli e nella possibilità di metterle in discussione anche attraverso una risata.

 


Notizie dal Palco ringrazia Daniela Baldassarra per la disponibilità e per aver condiviso con noi le riflessioni che accompagnano “Penelope e le malafemmine”.


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