Marika Sangalli: «Mentre aspetto qualcuno, io dove sono?» – Dentro “Restare è un verbo silenzioso”

Dopo la nostra recensione di Restare è un verbo silenzioso, torniamo tra le pagine del romanzo insieme alla sua autrice, Marika Sangalli.

Questa volta lo facciamo lasciando spazio alle sue parole, per approfondire alcune delle domande che la storia di Ginevra e Davide ci aveva lasciato: cosa significa davvero restare? Quando l’attesa è ancora una scelta e quando, invece, rischia di trasformarsi in una rinuncia a se stessi?

Ne nasce un’intervista che attraversa amore, assenza, paura, fiducia e contraddizioni senza cercare risposte assolute. Perché, come emerge dalle parole dell’autrice, il punto non è stabilire se sia giusto restare o andare via, ma comprendere perché stiamo restando e quanto spazio continuiamo a lasciare a noi stessi.

Intervista a Marika Sangalli

1. Partiamo dal titolo. Restare è un verbo silenzioso è un titolo che acquista sempre più significato andando avanti nella lettura. Come è nato? È arrivato prima della storia oppure ha preso forma mentre scriveva?

Sapevo fin dall’inizio che storia volevo raccontare e soprattutto quale emozione volevo lasciare. Il titolo, invece, si è concretizzato sempre di più mentre scrivevo. Cercavo qualcosa di forte, che colpisse il lettore ma che, allo stesso tempo, acquistasse sempre più significato andando avanti nella storia.

A un certo punto Restare è un verbo silenzioso mi è sembrato racchiudere esattamente quello che stavo raccontando.

“Silenzioso” nasce proprio dal contrasto tra chi va via e chi resta. Chi va via, paradossalmente, fa un rumore assordante dentro di noi: lascia un vuoto, cambia le abitudini, modifica gli spazi. Chi resta, invece, spesso lo fa in silenzio. Aspetta, ricorda, continua a sperare, magari mentre fuori la sua vita sembra andare avanti normalmente.

E poi nel corso del romanzo cambia anche il significato stesso del verbo “restare”. All’inizio può voler dire aspettare qualcuno; andando avanti assume un significato diverso, fino a diventare anche la capacità di restare accanto a se stessi.

Mi piaceva quindi l’idea di un titolo che all’inizio potesse incuriosire e che, una volta chiuso il libro, acquistasse un significato ancora più preciso.

2. Ginevra è una protagonista nella quale è molto facile riconoscersi, soprattutto per chi ha vissuto l’attesa, l’assenza o il silenzio di qualcuno. Come è nato il suo personaggio e quale aspetto di lei sentiva più importante raccontare?

Ginevra è nata insieme alla storia. Fin dall’inizio non volevo una protagonista perfetta, né una donna che sapesse sempre quale fosse la cosa giusta da fare. Volevo una persona nella quale fosse facile riconoscersi proprio perché sbaglia, si contraddice, dice di aver capito e magari due pagine dopo fa esattamente il contrario.

È testarda, romantica, ironica, a volte impulsiva. Aspetta più di quanto dovrebbe, cerca significati nei silenzi, si aggrappa alle promesse e prova anche a riportare indietro qualcosa che sente scivolare via. Insomma, fa tutte quelle cose che viste da fuori sembrano incomprensibili e che, quando ci siamo dentro noi, diventano improvvisamente perfettamente logiche.

La parte che mi interessava di più raccontare era proprio questa: la distanza tra ciò che sappiamo razionalmente e ciò che riusciamo davvero a fare emotivamente. Ginevra spesso sa benissimo quale sarebbe la scelta più semplice o più sensata. Il problema è convincere anche il cuore.

E poi volevo che avesse l’ironia, perché non desideravo raccontare l’attesa costruendo un personaggio costantemente triste. Ginevra soffre, certo, ma continua anche a ridere, a lavorare, a vivere, a fare figuracce e ad avere accanto Chiara. Perché una persona non diventa soltanto il proprio dolore quando qualcuno se ne va.

Forse è proprio questo l’aspetto di lei a cui tengo di più: Ginevra può perdersi per un po’, ma non smette mai completamente di essere Ginevra.

3. Davide entra nella vita di Ginevra senza cercare di conquistarla a tutti i costi. Non ha fretta di piacerle e proprio questa assenza di pressione sembra permetterle di abbassare le proprie difese. Quanto era importante, per lei, costruire il loro incontro in questo modo?

Era molto importante, perché non volevo costruire il loro incontro come il classico colpo di fulmine in cui arriva qualcuno e improvvisamente tutte le difese cadono. Ginevra quelle difese se le è costruite per un motivo e sarebbe stato poco credibile farle sparire semplicemente perché incontra un uomo che le piace.

Davide, invece, entra nella sua vita quasi in punta di piedi. Non cerca continuamente di convincerla, non forza i suoi tempi e soprattutto non sembra avere bisogno di conquistarla a tutti i costi. Ed è proprio questo, paradossalmente, a spiazzarla.

Credo che a volte ci sentiamo più al sicuro con qualcuno non per quello che fa per impressionarci, ma per tutto quello che non ci chiede di essere. Ginevra con Davide comincia lentamente ad abbassare le difese perché non sente di dover dimostrare qualcosa o di dover arrivare immediatamente da qualche parte.

E mi interessava che il loro legame nascesse così, gradualmente. Perché poi rende ancora più significativo tutto quello che accade dopo: prima di sentire la mancanza di Davide, Ginevra deve aver imparato cosa significa sentirsi al sicuro con lui.

Forse è proprio questa la cosa che la conquista davvero: Davide non arriva facendo rumore. Arriva lasciandole spazio.

4. Quanto c’è di reale nella storia? Restare è un verbo silenzioso racconta emozioni, attese, paure e dinamiche relazionali che risultano molto autentiche e nelle quali è facile riconoscersi. Da qui nasce una nostra curiosità: quanto c’è di pura invenzione nella storia di Ginevra e Davide e quanto, invece, nasce da esperienze realmente vissute, personalmente oppure osservate nelle storie di amici, conoscenti o persone incontrate nel corso della vita? Quando scrive, parte generalmente dalla fantasia o ha bisogno di un frammento di realtà dal quale cominciare?

Credo che nella scrittura realtà e fantasia finiscano inevitabilmente per mescolarsi, ma nel mio caso c’è una distinzione a cui tengo molto: le emozioni possono essere reali, la storia non deve necessariamente esserlo.

Restare è un verbo silenzioso nasce da emozioni che conosco. Conosco l’assenza, l’attesa, le promesse in cui si crede e quella sensazione strana che rimane quando qualcuno che pensavamo sarebbe rimasto sceglie invece di andare via. Ma sono emozioni che appartengono a me quanto a tantissime altre persone.

Ginevra e Davide, invece, appartengono alla narrativa. Non sono la trasposizione di due persone reali e il romanzo non è il racconto mascherato di una mia relazione. Naturalmente dentro una storia finiscono frammenti di realtà: un luogo che conosco, una sensazione vissuta, qualcosa osservato negli altri, una frase ascoltata magari anni prima. Poi la scrittura prende tutto questo, lo mescola e lo trasforma.

Probabilmente io ho bisogno proprio di quel piccolo frammento di verità emotiva da cui partire. Non necessariamente devo aver vissuto ciò che accade al personaggio, ma devo riuscire a riconoscere quello che prova.

E infatti, se dovessi spiegare il rapporto tra me e questo romanzo in una frase, userei quella che ormai sento più mia: ho preso emozioni che conoscevo e le ho affidate a una storia che non è la mia. Forse è proprio per questo che certe dinamiche sembrano così autentiche: non perché siano accadute davvero, ma perché è vero quello che i personaggi provano mentre accadono.

5. Davide insegna yoga, respirazione e meditazione, ma scopriamo che proprio ciò che insegna agli altri nasce anche dal suo bisogno di non lasciarsi sopraffare. Perché ha scelto di costruire questa apparente contraddizione? Insegnare agli altri qualcosa può essere anche un modo per continuare a ricordarla a se stessi?

Sì, assolutamente. E in realtà è proprio questa contraddizione che mi interessava di Davide. Non volevo che, siccome insegna yoga, respirazione e meditazione, diventasse automaticamente quello che ha capito tutto della vita e attraversa qualsiasi emozione con una serenità invidiabile. Sarebbe stato poco umano e, probabilmente, anche piuttosto antipatico. 

Ginevra direbbe che Davide è bravissimo a insegnare agli altri a trovare il proprio centro. È quando deve trovare il suo che iniziano i problemi. 

Davide insegna agli altri a respirare, a fermarsi, a non lasciarsi travolgere, ma questo non significa che riesca sempre a farlo quando si tratta di se stesso. Anzi, in parte credo che abbia scelto proprio quel mondo perché conosce molto bene cosa significhi avere bisogno di ritrovare un equilibrio.

Mi piaceva l’idea che ciò che insegna non fosse qualcosa che ha definitivamente conquistato, ma qualcosa che continua a praticare anche per ricordarlo a se stesso.

E credo che succeda spesso anche nella vita: possiamo essere bravissimi a vedere con lucidità ciò che farebbe bene agli altri e molto meno quando siamo noi a essere coinvolti. Sapere come si respira non significa non avere mai il fiato corto.

Davide per me è anche questo: qualcuno che possiede degli strumenti, ma rimane una persona con paure, fragilità e meccanismi di difesa. E forse insegnare agli altri a ritrovare il proprio centro è anche il suo modo di continuare a cercare il proprio.

6. Nel romanzo l’amore non sembra essere sufficiente, da solo, a cancellare paure, ferite e meccanismi di difesa. Quanto le interessava raccontare non tanto la mancanza di sentimento, quanto la difficoltà di riuscire a viverlo?

Mi interessava moltissimo, perché credo che una delle cose più difficili da accettare sia proprio questa: a volte il sentimento c’è, ma non è sufficiente a rendere semplice una relazione.

Siamo abituati all’idea che, se due persone si amano davvero, in qualche modo tutto il resto si possa sistemare. Ma le persone arrivano nelle relazioni portandosi dietro paure, ferite, esperienze precedenti e modi diversi di proteggersi. E l’amore non ha il potere magico di cancellare tutto questo.

È una cosa che volevo raccontare soprattutto attraverso Davide. Il punto non è costruire un uomo incapace di provare qualcosa, ma un uomo che non sempre riesce a vivere ciò che prova nello stesso modo in cui Ginevra avrebbe bisogno che lo facesse.

Ed è qui che, secondo me, nasce una delle parti più dolorose della storia: sarebbe quasi più semplice pensare che dall’altra parte non ci sia niente. Quando invece percepisci che qualcosa c’è, ma continui a scontrarti con paure, distanze e meccanismi di difesa, diventa molto più difficile capire quando continuare a credere e quando fermarsi.

Perché provare un sentimento e saperlo vivere sono due capacità diverse. E forse una delle domande che attraversa il romanzo è proprio questa: quanto può bastare l’amore, se poi non riusciamo a trasformarlo in presenza?

7. Spesso, quando una relazione comporta attesa, distanza o sofferenza, “scegliere se stessi” viene quasi automaticamente associato alla decisione di andare via. Nel romanzo, invece, il significato del restare appare più complesso. Si può scegliere se stessi anche restando, se quel restare è una decisione consapevole e non una rinuncia a sé? Dove passa, per lei, il confine tra continuare a credere in qualcuno e cominciare a dimenticare se stessi?

Sì, credo che si possa scegliere se stessi anche restando. Per me il punto non è tanto restare o andare via, ma capire che cosa ci sta costando quella scelta.

Restare può essere una decisione molto consapevole: posso conoscere le difficoltà di una persona, sapere che ha delle paure, decidere di darle tempo e continuare comunque a vivere la mia vita. In quel caso non sto necessariamente rinunciando a me stessa. Sto scegliendo qualcosa in cui credo.

Il confine cambia quando, per continuare a lasciare spazio all’altro, comincio a togliere spazio a me. Quando la mia serenità dipende da un messaggio, quando rimando la mia vita, quando giustifico continuamente un’assenza o quando tutto quello che faccio comincia a ruotare intorno alla possibilità che qualcuno torni.

Ed è un confine difficile da riconoscere proprio perché non si supera in un momento preciso. Ginevra non si sveglia una mattina e scopre di essersi dimenticata di sé: ci arriva poco alla volta, mentre aspetta, spera, conta i giorni e continua a credere nelle promesse che ha ricevuto.

Per questo non credo che il romanzo dica semplicemente “devi andartene”. Sarebbe troppo facile. Credo dica piuttosto: puoi restare, ma devi capire se in quel posto ci sei ancora anche tu.

Perché continuare a credere in qualcuno può essere amore. Smettere di vivere nell’attesa che quella persona scelga noi, invece, può diventare un modo per scegliere finalmente noi stessi.

8. C’è una differenza sottile tra aspettare qualcuno e mettere la propria vita in attesa. È una distinzione che aveva presente mentre costruiva il percorso di Ginevra? E come si comprende, secondo lei, quando l’attesa sta oltrepassando quel confine?

Sì, era una distinzione che avevo molto presente, perché è proprio uno dei passaggi fondamentali del percorso di Ginevra.

Credo che aspettare qualcuno, di per sé, non significhi necessariamente mettere la propria vita in pausa. Possiamo lasciare una porta aperta e, contemporaneamente, continuare a vivere. Il problema nasce quando smettiamo di attraversare tutte le altre porte perché continuiamo a guardare quella.

Ginevra questo confine lo supera gradualmente, quasi senza accorgersene. Arriva a segnare sul calendario i giorni dell’assenza, cerca significati nei messaggi e nei silenzi, continua a misurare il tempo in funzione di Davide. E mi interessava proprio raccontarlo così, senza un momento preciso in cui scatta un allarme.

Forse ci accorgiamo che l’attesa è diventata una pausa quando la nostra vita comincia a essere organizzata più intorno a ciò che potrebbe accadere che a ciò che sta accadendo davvero. Quando non stiamo più semplicemente aspettando una persona, ma stiamo aspettando di poter ricominciare a vivere dopo il suo ritorno.

Ed è lì che Ginevra deve imparare una cosa che per me è centrale nel romanzo: puoi lasciare una porta aperta per qualcuno senza rimanere ferma sulla soglia.

9. Anche l’assenza nel romanzo sembra avere un peso concreto: non è semplicemente “non esserci”, ma qualcosa che modifica il modo in cui Ginevra vive ciò che prova. Che valore ha voluto dare ai silenzi e alle distanze tra i due protagonisti?

Volevo che l’assenza avesse quasi lo stesso peso di una presenza, perché credo che a volte succeda proprio questo: una persona può non esserci fisicamente e occupare comunque moltissimo spazio nella nostra vita.

Nel caso di Ginevra, il silenzio di Davide non è mai semplicemente “non ricevere un messaggio”. Dentro quel silenzio lei mette domande, interpretazioni, speranze, paure. E più mancano le risposte, più la sua mente cerca di riempire gli spazi vuoti.

Anche la distanza funziona così. Non volevo che fosse soltanto qualcosa che separa due persone, ma qualcosa che modifica il modo in cui Ginevra percepisce ciò che prova. Quando qualcuno è presente abbiamo dei fatti con cui confrontarci; quando è assente, rischiamo di confrontarci soprattutto con quello che immaginiamo.

Ed è forse questo che rende certi silenzi così potenti: non dicono nulla e, proprio per questo, possiamo fargli dire praticamente qualsiasi cosa.

Nel romanzo l’assenza di Davide diventa quindi quasi una presenza ingombrante. Ed è un paradosso che mi interessava molto raccontare: a volte chi non c’è riesce a occupare molto più spazio di chi abbiamo accanto.

10. Leggendo il romanzo abbiamo avuto l’impressione che una delle domande centrali non sia soltanto “restare o andare via?”, ma “perché sto restando?”. È forse la motivazione con cui si resta, più della scelta in sé, a fare la differenza?

Sì, credo che sia proprio la motivazione a fare la differenza. Due persone possono compiere apparentemente la stessa scelta – restare – ma farlo per ragioni completamente diverse.

Si può restare perché si ama qualcuno e si sceglie consapevolmente di credere ancora in quella relazione. Ma si può restare anche per paura: paura di perdere definitivamente l’altro, di ricominciare, di ammettere che qualcosa non è andato come speravamo. Oppure perché siamo talmente legati all’idea di ciò che avrebbe potuto essere da non riuscire più a distinguere quella possibilità da ciò che esiste davvero.

Ed è una domanda che Ginevra deve imparare a rivolgere a se stessa. Non soltanto “voglio ancora Davide?”, ma “perché sono ancora qui?”. Per amore? Per speranza? Per una promessa? O perché andare avanti significherebbe accettare davvero che qualcosa potrebbe non tornare?

Per questo non volevo dare al verbo “restare” un significato positivo o negativo in assoluto. A volte restare richiede coraggio, altre volte è proprio il coraggio che ci manca per muoverci.

Forse la domanda più importante non è quindi quanto siamo disposti a restare per qualcuno, ma chi diventiamo mentre lo facciamo.

11. La storia evita di offrire una risposta semplice su cosa sia giusto fare quando si ama qualcuno che, per paura o per le proprie ferite, non riesce sempre a esserci nel modo in cui vorremmo. Era importante per lei lasciare al lettore questo spazio, senza suggerire una scelta universalmente giusta?

Sì, era molto importante. Non volevo che il romanzo diventasse una specie di tribunale in cui stabilire chi ha ragione, chi ha torto e soprattutto cosa dovrebbe fare Ginevra. Le relazioni raramente sono così semplici.

È facile guardare una storia dall’esterno e dire: “Io al suo posto me ne sarei andata” oppure “io avrei aspettato”. Ma quando ci sono sentimenti, paure, promesse e una storia condivisa, le scelte diventano molto meno nette.

E non volevo nemmeno trasformare le ferite di Davide in una giustificazione per qualsiasi comportamento. Comprendere perché una persona agisce in un certo modo non significa necessariamente dover accettare tutto ciò che fa. Credo che questa distinzione fosse importante.

Per questo preferisco che il lettore possa anche non essere d’accordo con Ginevra. Può arrabbiarsi con lei, pensare che avrebbe dovuto andarsene prima oppure, al contrario, comprendere perché abbia scelto di restare ancora un po’.

Non credo esista una risposta valida per tutti. Forse la domanda non è nemmeno “quanto bisogna aspettare qualcuno?”, ma “quanto posso farlo senza tradire quello di cui ho bisogno io?”

Se due lettori chiudono il romanzo dando due risposte diverse, per me non significa che uno dei due abbia capito male la storia. Significa che ciascuno l’ha attraversata portandosi dietro la propria.

12. Dopo una relazione che ha fatto male, incontrare qualcuno capace di farci sentire nuovamente “calmi” e “visti” può essere quasi destabilizzante quanto innamorarsi. Quanto è importante, nel percorso di Ginevra, non soltanto innamorarsi di Davide, ma scoprire attraverso quell’incontro di poter ancora credere nell’amore?

È molto importante, perché credo che per Ginevra la vera sorpresa iniziale non sia tanto innamorarsi di Davide, quanto scoprire di essere ancora capace di farlo.

Quando una relazione ci ha fatto male, spesso non perdiamo soltanto fiducia nell’altra persona. Cominciamo a dubitare anche di noi: della nostra capacità di fidarci, di abbassare le difese, di sentirci al sicuro senza aspettare continuamente che qualcosa vada storto.

Davide, almeno inizialmente, le fa sperimentare qualcosa che aveva quasi dimenticato: la calma. Non arriva travolgendola, ma facendola sentire vista e lasciandole il tempo di avvicinarsi. E proprio per questo Ginevra scopre che quelle difese che pensava ormai parte di sé possono ancora abbassarsi.

Però non volevo che il messaggio fosse “arriva la persona giusta e ti guarisce”. Davide non salva Ginevra. Semmai le fa vedere che dentro di lei esiste ancora una parte capace di fidarsi, desiderare, amare e immaginare qualcosa di nuovo.

Ed è forse questo uno dei regali più importanti che un incontro può lasciarci, anche indipendentemente da come poi andrà a finire: ricordarci che una ferita può aver cambiato il nostro modo di amare, ma non ci ha necessariamente tolto la capacità di farlo.

In fondo, prima ancora di tornare a credere nell’amore, Ginevra deve tornare a credere nella parte di sé che è ancora capace di amare.

13. Dopo aver lasciato Ginevra e Davide ai lettori, c’è una domanda o una riflessione che le piacerebbe rimanesse con loro una volta chiuso il libro?

Mi piacerebbe che, una volta chiuso il libro, il lettore si portasse dietro soprattutto una domanda: “Mentre aspetto qualcuno, io dove sono?”

Perché Ginevra e Davide possono rimanere tra le pagine, ma credo che ciò che raccontano vada molto oltre la loro storia. Tutti, in modi diversi, abbiamo aspettato qualcosa o qualcuno: un ritorno, una risposta, una promessa mantenuta, il momento in cui le cose sarebbero finalmente cambiate.

Non credo che aspettare sia necessariamente sbagliato, così come non credo che scegliere se stessi significhi sempre andarsene. Quello che mi piacerebbe restasse è la consapevolezza che nessuna attesa dovrebbe richiederci di scomparire dalla nostra stessa vita.

Possiamo amare qualcuno, sentirne la mancanza, sperare persino che torni. Ma nel frattempo dobbiamo continuare a esserci anche noi.

Forse, alla fine, è proprio questa la domanda nascosta dentro il titolo: per chi stiamo restando?

E mi piacerebbe che ogni lettore, chiudendo il libro, trovasse la propria risposta.

 


 

Intervista a cura della Redazione di Notizie dal Palco.


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