Dalla Bosnia ed Erzegovina all’Italia, dalla fotografia al cinema fino alla recitazione: incontriamo Armin Lihić, giovane artista che attraverso le immagini cerca ciò che spesso sfugge allo sguardo.
Conoscete Armin? O forse sarebbe meglio chiedere: conoscete il suo linguaggio?
La fotografia non appartiene allo spettacolo nel senso più stretto del termine. È un’arte visiva, un linguaggio capace di fermare un istante e, qualche volta, di raccontare molto più di ciò che quell’istante mostra.
E se lo spettacolo è anche racconto, allora vale la pena fermarsi davanti alle immagini di Armin Lihić.
Il giovane fotografo bosniaco che oggi vive in Italia ha scelto proprio la fotografia per avvicinarsi alle persone, alle emozioni e a quelle storie che spesso rimangono nascoste nella quotidianità.
Ed è guardando le fotografie che ci ha inviato che questo modo di intendere l’immagine acquista un significato più concreto. Ci sono volti, corpi, ombre, riflessi. Ci sono solitudine e fragilità, ma anche incontri, gioco, movimento e piccoli momenti di vita.
Armin racconta attraverso le fotografie. E allora abbiamo deciso di partire proprio da lì: dal suo sguardo.
Non soltanto da ciò che ha vissuto, dai riconoscimenti ottenuti o dalle esposizioni che hanno accompagnato il suo percorso, ma da una curiosità più semplice e forse più difficile: capire che cosa vede un fotografo quando guarda qualcosa che noi, magari, vediamo tutti i giorni senza accorgercene. È da qui che abbiamo scelto di partire.
Ecco cosa ci ha raccontato Armin Lihić:
Guardando i tuoi lavori si ha l’impressione che la fotografia per te non serva soltanto a mostrare qualcosa, ma anche a cercarlo. Che cosa cerchi quando scatti una fotografia?
Armin Lihić:
Quando scatto una fotografia, non cerco semplicemente una bella immagine. Cerco qualcosa che spesso non si vede a prima occhiata: una verità, una fragilità, una contraddizione.
Mi interessa ciò che rimane quando una persona smette di posare e, anche solo per un istante, si dimentica di essere osservata. È lì che per me nasce una fotografia autentica.
Forse è anche per questo che fotografo molto le persone: perché attraverso di loro cerco di capire qualcosa di me e del mondo che mi circonda.
Non voglio che una mia fotografia dica allo spettatore cosa deve provare. Preferisco lasciargli una domanda. Se una mia immagine riesce a rimanere nella testa di qualcuno anche dopo averla guardata, allora per me ha già fatto il suo lavoro.

Nei tuoi lavori ritorna spesso il rapporto tra ciò che vediamo e ciò che rimane nascosto: riflessi, ombre, corpi parzialmente sottratti allo sguardo. È una scelta estetica oppure nasce da qualcosa di più personale?
È sicuramente una scelta estetica, ma nasce da qualcosa di personale. Non mi interessa mostrare tutto: trovo molto più interessante ciò che lasci all’immaginazione.
Forse perché anche nella vita non mostriamo mai tutto di noi. Una parte la scegliamo, un’altra la proteggiamo.
In “Frammenti di umanità” fotografi spesso persone immerse in momenti molto ordinari: un viaggio in metropolitana, dei bambini che giocano, una conversazione, qualcuno fermo sulla soglia di casa. Che cosa deve accadere perché, in mezzo alla quotidianità, tu senta che proprio quella persona e proprio quell’istante meritano di diventare una fotografia?
Non cerco necessariamente qualcosa di straordinario, perché penso che la quotidianità abbia già tantissime storie da raccontare. Mi può colpire uno sguardo, un gesto, una distanza tra due persone, oppure semplicemente il modo in cui qualcuno attraversa un momento apparentemente insignificante. La cosa importante è che ci sia qualcosa che mi faccia fermare per un attimo e pensare: “Qui c’è qualcosa”.
Mi interessa soprattutto quando una persona, senza rendersene conto, lascia intravedere una parte di sé. In quel momento la fotografia smette di essere semplicemente un’immagine bella e diventa un frammento di vita.
Forse è proprio questo che cerco: non la perfezione del momento, ma qualcosa di autentico che, una volta passato, non potrà più essere ripetuto.
Parli di identità, solitudine, fragilità e dignità umana, ma nelle tue fotografie troviamo anche gioco, incontri, movimento e momenti quasi ironici. “Frammenti di umanità” nasce dal desiderio di raccontare tutte queste diverse facce dell’essere umano?
Sì, assolutamente. Credo che l’essere umano sia troppo complesso per essere raccontato attraverso una sola emozione. Possiamo essere fragili e ironici nello stesso momento, sentirci soli e poi ritrovarci completamente immersi in una relazione o in un momento di gioco. È proprio questa contraddizione che mi interessa.
“Frammenti di umanità” nasce anche da questo: dal desiderio di non giudicare ciò che fotografo, ma semplicemente di osservare. Non voglio raccontare l’uomo come “forte” o “debole”, triste o felice. Mi interessa mostrarlo per quello che è davvero: contraddittorio, imprevedibile e, proprio per questo, interessante.
La persona prima della fotografia
C’è però un confine che, davanti all’obiettivo di Armin, sembra non poter essere oltrepassato. Raccontare una persona significa anche assumersi la responsabilità del modo in cui scegliamo di guardarla.
Fotografare una persona, soprattutto quando si trova in una condizione di fragilità o solitudine, comporta anche una responsabilità. Dove poni il confine tra il desiderio di raccontare una realtà e il rispetto della dignità di chi hai davanti all’obiettivo?
Il confine, per me, è molto semplice: la persona viene prima della fotografia.
Posso essere affascinato da una situazione, ma non voglio mai rubare qualcosa a qualcuno solo per ottenere un’immagine forte. La fragilità non è uno spettacolo e la solitudine non è un’autorizzazione a entrare nella vita degli altri.
Credo che la fotografia abbia anche il dovere di avere un’etica. Non tutto ciò che è potente deve necessariamente essere fotografato. A volte la scelta più forte è proprio abbassare la macchina fotografica e rispettare quel momento.
Alla fine, una bella fotografia non vale la dignità di una persona.

“Corpo aperto, anima in pace” appare diversa da molti dei tuoi scatti più legati alla quotidianità: sembra un’immagine maggiormente costruita e simbolica. Come è nata e che cosa volevi raccontare attraverso quel corpo e quella posizione?
È nata proprio dal desiderio di non spiegare tutto. In quella fotografia il corpo non è semplicemente un corpo: è presenza, vulnerabilità, forza.
Mi interessava creare un’immagine che avesse qualcosa di sensuale, ma senza cercare la sensualità in modo ovvio. Per me la vera provocazione non è mostrare troppo, è lasciare qualcosa che lo sguardo non riesce a possedere completamente.
E forse è questo che volevo raccontare: puoi avere il corpo completamente esposto e, allo stesso tempo, essere emotivamente intoccabile. Il corpo parla, ma non dice mai tutto. E questa contraddizione mi affascina.
Quanto c’è della tua esperienza personale nelle persone che scegli di fotografare? Ti è mai capitato di riconoscere qualcosa di te in uno sconosciuto e decidere proprio per questo di fotografarlo?
Probabilmente molto più di quanto io stesso voglia ammettere. Quando fotografo qualcuno, in realtà sto cercando anche qualcosa di me.
Mi è capitato di riconoscermi in uno sconosciuto, in un gesto, in uno sguardo o persino in un modo di stare in silenzio. E forse è proprio lì che nasce la fotografia più interessante: quando smetti di guardare l’altro come “altro” e, per un attimo, ci riconosci te stesso.
Non fotografo le persone perché sono simili a me. A volte le fotografo proprio perché sono completamente diverse. Mi incuriosisce ciò che non conosco, ciò che non posso controllare.
Alla fine, forse la macchina fotografica è anche un modo molto elegante per parlare di me senza dover parlare direttamente di me.
Nella tua biografia scrivi che il passato ha lasciato delle tracce dentro di te, ma non ha avuto il potere di definire chi saresti diventato. Quanto è stato importante trasformare quelle “tracce” in uno sguardo capace di rivolgersi anche alle storie degli altri?
È stato fondamentale. Il passato mi ha lasciato delle tracce, ma ho capito abbastanza presto che una traccia non è una condanna. Può diventare una ferita, oppure una lente attraverso cui impari a guardare il mondo. Io ho scelto la seconda.
Forse è proprio per questo che oggi riesco a riconoscere negli altri cose che prima riconoscevo soltanto in me: la solitudine, la paura, il bisogno di essere visti, ma anche la forza, l’ironia e la voglia di andare avanti.
Non credo che ciò che ci è successo debba diventare la nostra identità. Può diventare il nostro sguardo.
E alla fine è questo che cerco nella fotografia: non raccontare il mio passato, ma trasformarlo in qualcosa che possa appartenere anche a qualcun altro. Perché certe ferite, quando impari a guardarle, smettono di essere soltanto tue.
Dalla fotografia al cinema
Lo sguardo rimane, ma il linguaggio cambia. Nel percorso di Armin alla fotografia si sono affiancati il cinema e, più recentemente, la recitazione. L’immagine ferma acquista così un prima e un dopo, mentre chi era abituato a osservare da dietro un obiettivo comincia a sperimentare cosa significhi trovarsi dall’altra parte.
Hai utilizzato anche il cinema per affrontare temi sociali e hai realizzato un cortometraggio dedicato all’ansia. Oggi stai inoltre sviluppando un percorso nella recitazione. Che cosa cambia quando passi dall’immagine fotografica all’immagine in movimento o alla presenza dell’attore? E che cosa rimane, invece, dello stesso Armin che vuole raccontare?
Cambia il linguaggio, ma non cambia la necessità di raccontare.
La fotografia mi ha insegnato a fermare un istante; il cinema mi ha insegnato che quell’istante può avere un prima e un dopo. Con la recitazione, invece, non posso più nascondermi completamente dietro l’obiettivo: devo metterci il corpo, la voce, il silenzio, persino le mie imperfezioni. Ed è proprio questo che mi affascina.
Sto scoprendo che essere davanti alla macchina da presa è molto più vulnerabile che stare dietro. Quando fotografi, hai il controllo dell’inquadratura. Quando reciti, una parte del controllo la devi perdere. E forse è proprio lì che nasce qualcosa di vero.
Quello che rimane è lo stesso Armin: quello che osserva le persone, le contraddizioni, le fragilità e tutto ciò che normalmente passa inosservato. Cambia il mezzo, ma non cambia lo sguardo.
Alla fine non mi interessa semplicemente creare immagini: mi interessa creare qualcosa che faccia sentire qualcuno visto.
Il tuo percorso è iniziato in Bosnia ed Erzegovina e oggi continua in Italia. Cambiare Paese ha cambiato anche il tuo modo di guardare?
Sì, credo che cambiare Paese abbia cambiato il mio sguardo, ma non nel senso che abbia cancellato quello che ero prima. Al contrario, mi ha costretto a guardare le cose da più vicino e da più lontano allo stesso tempo.
Quando cambi ambiente, perdi per un attimo le tue abitudini: ciò che prima era normale diventa improvvisamente interessante, e ciò che sembrava lontano può diventare familiare.
La Bosnia mi ha dato una memoria, l’Italia mi ha dato una distanza da quella memoria. E quella distanza, per me, è stata fondamentale.
Oggi riesco a guardare una persona o una situazione senza sentire il bisogno di definirla immediatamente. Posso semplicemente osservarla.
Forse è questa la cosa più importante che ho imparato: avere più di una prospettiva non significa appartenere meno a qualcosa. Significa avere più occhi. E nella fotografia, avere più occhi è una forma di libertà.

Premi ed esposizioni hanno accompagnato il tuo percorso, dalla Bosnia ed Erzegovina all’Italia. Ma quando una fotografia molto personale esce dal tuo spazio e viene esposta davanti a persone che non conosci, senti che continua ad appartenerti oppure, da quel momento, diventa anche un po’ di chi la guarda?
Credo che una fotografia appartenga all’autore solo fino al momento in cui viene mostrata. Dopo, inizia una seconda vita.
Può nascere da qualcosa di profondamente mio, ma nel momento in cui qualcuno la guarda e ci riconosce una propria storia, un ricordo o persino una ferita, smette di essere soltanto mia.
Ed è forse la parte più bella e più pericolosa dell’arte: non puoi più controllare completamente ciò che hai creato. Puoi controllare l’immagine, ma non quello che provocherà negli altri. E sinceramente, non vorrei controllarlo.
Se una fotografia riesce a lasciare qualcosa dentro una persona che non conosco, allora ha superato il motivo per cui l’ho scattata. A quel punto non mi appartiene più completamente. E per me, è proprio lì che comincia davvero l’arte.
Quella luce che rimane
Hai scritto che attraverso ogni fotografia cerchi “quella luce che può nascere anche dalle esperienze più difficili”. Come si riconosce quella luce attraverso un obiettivo?
Non credo che quella luce sia qualcosa che si vede immediatamente. Anzi, spesso è nascosta proprio nelle cose che sembrano più difficili.
La riconosco quando, dentro una situazione fragile, c’è ancora qualcosa che resiste: uno sguardo, un gesto, un sorriso appena accennato, la dignità con cui una persona continua a stare in piedi.
Forse è questo che cerco davvero quando fotografo: non la felicità, ma la possibilità della luce. Perché non mi interessa raccontare persone senza ferite. Mi interessa raccontare persone che, nonostante le ferite, hanno ancora qualcosa che brilla.
C’è una storia che Armin Lihić non è ancora riuscito a raccontare e che vorrebbe, un giorno, trasformare in un’immagine?
Sì. E forse la storia che non sono ancora riuscito a raccontare è proprio il mio percorso. Non una singola esperienza, ma tutto quello che mi ha portato dalla Bosnia all’Italia, dalla fotografia al cinema, e oggi anche verso la recitazione. È una storia che sto ancora vivendo, quindi forse non posso ancora fotografarla davvero.
Il cinema, in particolare, mi ha fatto capire che alcune storie non hanno bisogno di essere raccontate in una sola immagine. Hanno bisogno di movimento, di tempo, di silenzi, di persone. È anche per questo che mi sono innamorato del cinema: perché mi permette di entrare dentro una storia, non solo di osservarla.
Un giorno vorrei trasformare tutto questo in un film, forse il mio film più personale. Non necessariamente per raccontare da dove vengo, ma per raccontare cosa significa diventare qualcuno senza permettere al proprio passato di decidere chi sarai.
Forse quella sarà la storia che avrò aspettato tutta la vita per raccontare.
E quando arriverà, non vorrò più fotografarla: vorrò viverla davanti alla macchina da presa.
Crediti fotografici
Materiale fotografico per gentile concessione di Armin Lihić.
Per la realizzazione di questo articolo-intervista si ringrazia Armin Lihić per la disponibilità, il materiale condiviso e per averci raccontato il suo percorso artistico attraverso le sue parole e le sue immagini.
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