“Ménage à trois”: tra risate, sogni e sacrifici, quando il teatro racconta anche chi lo vive

Ménage à trois, scritto da Delia Morea e Yasmin Fadhel, con la regia di Delia Morea, è andato in scena al Teatro Cometa Off di Roma dal 6 all’11 ottobre 2026.

Prima di entrare nel vivo della recensione, desidero ringraziare Yasmin Fadhel per avermi dato l’opportunità di assistere a Ménage à trois, in scena al Teatro Cometa Off di Roma. Una commedia che fa sorridere e ridere, ma che lascia intravedere anche le fragilità nascoste dietro i sogni.

Due sogni, un’occasione inattesa

Lui, Ettore interpretato da Franco Giusti, è un attore di teatro che sogna Hollywood e conosce bene il peso delle strategie necessarie per farsi notare: feste, contatti, incontri giusti e perfino, come dice senza troppi giri di parole, «leccare il culo». Lei, Silvia interpretata da Alessandra Ferrara, la sua fidanzata. Arrivata a Roma da un piccolo paese, sogna una vita diversa e desidera diventare estetista.

Quando lui partecipa a una festa accompagnato dalla fidanzata, gelosa della sua agente Mimma, accade l’imprevisto: è proprio lei, che non ha mai studiato recitazione, ad attirare l’attenzione di Quentin Tarantino, nella finzione della commedia. Per lui, che insegue da tempo quella possibilità, non è facile accettarlo. Per lei, invece, si apre una porta che non aveva mai pensato di varcare.

Non mi sono sentita di schierarmi. Comprendevo la frustrazione di chi vede i propri sacrifici apparentemente ignorati, ma anche il desiderio di chi si ritrova davanti a un’occasione inattesa e non vuole lasciarsela sfuggire. Comprendere entrambi, naturalmente, non significa giustificare ogni loro scelta.

Una camera da letto costruita con l’essenziale

Ho trovato particolarmente curata anche la scenografia: una camera da letto suggerita con pochi elementi, tutti funzionali. Un letto creato direttamente a terra con lenzuola e cuscini, un baule, una lampada, un mobiletto, una sedia, un appendiabiti e una quinta teatrale utilizzata come separé, quasi fosse una piccola cabina armadio dietro la quale i personaggi possono cambiarsi d’abito.

Una scelta semplice, ma efficace, che lascia spazio agli interpreti e all’immaginazione dello spettatore.

Quando la risata incontra la fragilità

Franco Giusti e Alessandra Ferrara mi hanno convinta entrambi. Tra discussioni di coppia, gelosie e situazioni paradossali, i loro personaggi prendono sul serio problemi che dalla platea finiscono spesso per far ridere. Forse è proprio questa la forza dello spettacolo: non imporre una riflessione, ma lasciarla emergere quasi senza accorgersene, fra una battuta e l’altra.

Mi è rimasto impresso un momento di Franco Giusti dopo una telefonata con il padre: gli occhi arrossati, le lacrime agli occhi. Ho avuto la sensazione di vedere, dietro l’ambizione dell’attore che sogna Hollywood, anche la vulnerabilità di un figlio che forse si è sentito quello sbagliato. È una mia impressione, ma è una di quelle immagini che continuano a parlare anche quando la scena va avanti.

Verso la fine, anche gli occhi lucidi di Alessandra Ferrara mi hanno colpita. Il suo personaggio si trova a considerare un compromesso intimo pur di non perdere la possibilità di cambiare vita. «In fondo lo fanno tutte», si dicono, quasi cercando una giustificazione. E mentre la situazione può suscitare risate per il suo paradosso, resta una domanda meno leggera: quanto siamo disposti a sacrificare per realizzare un sogno?

La stessa domanda che Yasmin Fadhel aveva posto nel presentarci lo spettacolo. E ripensando alla commedia, mi sembra che attraversi l’intera vicenda. Non si tratta soltanto di arrivare a Hollywood, ma anche del bisogno di sentirsi riconosciuti e di non vedere vanificati i propri sacrifici. Il cinema resta fuori scena eppure è una presenza costante: una promessa che alimenta speranze, gelosie e paure, fino a mettere in discussione l’equilibrio della coppia. E mentre ridiamo delle contraddizioni dei protagonisti, forse riconosciamo qualcosa anche della nostra epoca, in cui essere visti sembra talvolta contare più di ciò che siamo.

I sogni dei personaggi e quelli di chi sale sul palco

Uscendo dal teatro, mi sono ritrovata a pensare anche a chi quella storia la stava interpretando. E se i sacrifici raccontati in scena fossero, in qualche misura, quelli di tanti attori nella vita reale? Non necessariamente per arrivare a Hollywood, ma per essere notati da un grande teatro, ottenere un ruolo, raggiungere un palcoscenico e un pubblico più ampi.

Non so se fosse questa l’intenzione degli autori, né se gli interpreti si riconoscano in quei desideri. È semplicemente il pensiero che lo spettacolo mi ha lasciato. Perché a volte si entra in teatro per ridere e si esce con una domanda in più: quanto dei sogni che vediamo rappresentati appartiene anche a chi, ogni sera, sceglie di salire su un palcoscenico?


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