Dopo la nostra recensione, torniamo nel mondo di Davide insieme al suo autore: amore e desiderio, paura del giudizio, possibilità mancate, identità e quella “libertà imperfetta” che nasce quando non tutte le domande hanno bisogno di una risposta.
Qualche giorno fa abbiamo raccontato Non era successo niente attraverso la nostra lettura del romanzo. Una storia che ci aveva lasciato domande, dubbi e soprattutto il desiderio di andare oltre ciò che Davide racconta — e racconta a se stesso.
Abbiamo quindi scelto di rivolgere quelle domande direttamente al suo autore, Gabriél De Santis, entrando nei non detti del romanzo, nel rapporto tra amore e desiderio, nella paura del giudizio e in quelle possibilità mai vissute che, proprio perché rimaste sospese, possono continuare ad accompagnarci.
Ne è nata una conversazione che non cerca di chiudere le interpretazioni, ma semmai ne apre di nuove.
- “Non era successo niente” è un titolo che sembra quasi negare ciò che il romanzo racconta. In realtà, nella vita di Davide, ciò che apparentemente “non è successo” continua ad avere conseguenze emotive molto profonde. Perché ha scelto proprio questo titolo e quanto era importante raccontare il peso delle storie che non sono mai realmente diventate tali?
Il titolo nasce proprio da quella contraddizione. A volte ciò che non si compie lascia un segno più persistente di ciò che accade davvero, perché non ha una conclusione capace di delimitare il ricordo. Resta aperto, e proprio per questo continua a trasformarsi nella memoria. Per Davide, “non era successo niente” è quasi una formula di difesa: razionalmente può dirsi che non c’è stata una storia, ma emotivamente sa che qualcosa è accaduto eccome. Mi interessava raccontare il peso delle possibilità mancate, delle parole non dette e delle relazioni che non hanno avuto un nome. Il titolo, quindi, non nega la storia: la contiene tutta, proprio attraverso quella negazione.
- Davide trascorre molto tempo cercando di capire non soltanto ciò che prova, ma anche ciò che Samuele e Lorenzo potrebbero aver provato per lui. A un certo punto arriva però a una consapevolezza fondamentale: non ha bisogno di conoscere i sentimenti degli altri per riconoscere come veri i propri. Quanto è centrale, per lei, questo passaggio nel percorso del protagonista?
È uno dei passaggi più importanti del romanzo. Davide, per molto tempo, cerca negli altri una conferma che possa legittimare ciò che ha provato. Come se un sentimento diventasse vero soltanto nel momento in cui viene ricambiato. La sua crescita comincia quando comprende che non funziona così: quello che ha sentito appartiene alla sua storia indipendentemente da ciò che Samuele o Lorenzo abbiano realmente provato. Non significa rinunciare alle domande, ma smettere di affidare agli altri il potere di definire la propria verità emotiva. È un passaggio dalla ricerca di una risposta esterna a una forma più adulta di consapevolezza di sé.
- Nella recensione ci siamo interrogati sul rapporto tra Davide e Clara e lei ci ha chiarito che, nella sua intenzione narrativa, l’amore di Davide per lei è autentico e che la sicurezza della loro relazione rappresenta una dimensione di quell’amore, non ciò che lo sostituisce. Vorremmo allora andare un passo oltre: quanto è stato importante, nel costruire Davide, distinguere tra amore, desiderio e scelta? E può una relazione essere autenticamente fondata sull’amore anche quando, al suo interno, convivono bisogni di sicurezza e desideri rivolti altrove?
Per me era fondamentale separare questi tre piani. Amore, desiderio e scelta possono dialogare tra loro, ma non sono sinonimi. Davide ama Clara sinceramente: il loro legame non è un ripiego né una copertura. Allo stesso tempo, essere innamorati non rende automaticamente impermeabili a ogni altra attrazione, fantasia o possibilità. La sicurezza che Davide trova nella relazione non annulla l’amore; ne è una componente, come possono esserlo la fiducia, la complicità e il sentirsi a casa con qualcuno. Volevo evitare un’equazione troppo semplice tra desiderare altrove e amare meno. La questione interessante, per me, è cosa si sceglie di fare di quei desideri e quanto si riesce a essere onesti con se stessi e con la persona che si ama.
- Proprio Clara rappresenta uno degli aspetti che possono generare interpretazioni differenti nel lettore. Quanto le interessa che un personaggio possa essere letto anche diversamente rispetto alla sua intenzione di autore? E, più in generale, quanto spazio desiderava lasciare al lettore perché potesse mettere in discussione persino ciò che Davide racconta a se stesso?
Mi interessa molto, perché un personaggio smette davvero di appartenere soltanto all’autore quando entra nello sguardo del lettore. Io posso sapere da dove nasce una scelta narrativa, ma non posso imporre una sola interpretazione. Clara, in particolare, può essere percepita in modi diversi perché il lettore la incontra anche attraverso lo sguardo di Davide, e Davide non è un narratore infallibile della propria interiorità. Mi piace che il romanzo lasci qualche zona di attrito, perché significa che il lettore è chiamato a partecipare. Non volevo consegnare verità già confezionate: volevo che fosse possibile interrogare Davide, dubitare delle sue spiegazioni e, magari, accorgersi di qualcosa prima che se ne accorga lui.
- Samuele e Lorenzo appartengono a momenti diversi della vita di Davide, eppure sembrano riaprire una domanda molto simile: “E se dall’altra parte ci fosse stato qualcosa?”. Quanto contano realmente Samuele e Lorenzo come persone e quanto, invece, rappresentano per Davide le possibilità che non ha avuto il coraggio di esplorare?
Sono entrambe le cose, ed è proprio questa sovrapposizione a renderli importanti. Samuele e Lorenzo esistono come persone, con caratteristiche e momenti diversi nella vita di Davide; ridurli a semplici simboli toglierebbe forza alle relazioni. Ma nella memoria di Davide diventano anche ciò che avrebbe potuto essere. Rappresentano due occasioni in cui una possibilità si è affacciata senza essere davvero attraversata. Il punto, però, non è stabilire retroattivamente se dall’altra parte ci fosse davvero qualcosa. È capire perché Davide abbia avuto bisogno di tornare così spesso a quella domanda. In fondo, più che inseguire Samuele o Lorenzo, sta cercando la versione di sé che, in quei momenti, non ha avuto il coraggio di conoscere fino in fondo.
- Nel romanzo la paura sembra avere almeno due volti: da una parte il giudizio della famiglia, degli amici e della società; dall’altra una paura molto più intima, quella di dichiarare ciò che si prova e scoprire di non essere ricambiati. Quale delle due paure condiziona maggiormente Davide? E quanto possono finire per alimentarsi reciprocamente?
Credo che le due paure siano inseparabili e si rafforzino a vicenda. Il giudizio sociale costruisce il terreno sul quale cresce la paura più privata: se impari che un certo desiderio potrebbe esporti, renderti vulnerabile o cambiare lo sguardo degli altri su di te, anche il semplice rischio di non essere ricambiato diventa molto più grande. Per Davide non si tratta soltanto di sentirsi dire “no”; significa anche esporsi, nominare qualcosa che fino a quel momento poteva restare ambiguo. E l’ambiguità, per quanto dolorosa, a volte sembra più sicura della verità. Per questo nel romanzo la paura non è un unico ostacolo esterno: diventa un meccanismo interiorizzato che condiziona anche quando nessuno sta concretamente giudicando.
- La bisessualità di Davide emerge gradualmente e senza diventare l’unica chiave attraverso cui definirlo. Perché era importante raccontarla in questo modo? E quanto voleva allontanarsi dall’idea che riconoscere la propria identità significhi necessariamente dover cancellare o considerare false le relazioni e i sentimenti vissuti precedentemente?
Perché non volevo che la bisessualità diventasse una spiegazione totale del personaggio. Davide è molte cose prima, durante e dopo questa consapevolezza. La sua identità affettiva e sessuale è importante, ma non cancella tutto il resto. Mi interessava soprattutto contrastare una lettura binaria: scoprire di poter desiderare un uomo non rende falsi i sentimenti provati per una donna, così come amare una donna non rende meno autentica l’attrazione verso un uomo. La consapevolezza non riscrive necessariamente il passato come una menzogna; può invece permettere di rileggerlo con più strumenti. Per Davide riconoscersi significa ampliare la comprensione di sé, non sostituire una versione della propria vita con un’altra.
- C’è anche una questione sociale che il romanzo inevitabilmente solleva. Durante la lettura ci siamo chiesti: “In che tipo di società viviamo se ancora oggi qualcuno può sentire il bisogno di nascondere ciò che prova per paura di essere giudicato o di non essere accettato per ciò che è?”. Quanto questa riflessione apparteneva alle sue intenzioni quando ha costruito la storia di Davide?
Era una riflessione presente, ma non volevo trasformare il romanzo in un manifesto. Mi interessava mostrare il problema attraverso le conseguenze concrete che il giudizio, reale o immaginato, può produrre nella vita di una persona. Una società può dichiararsi aperta e, nello stesso tempo, continuare a trasmettere messaggi molto rigidi su ciò che è considerato normale, comprensibile o accettabile. Questi messaggi non agiscono soltanto quando qualcuno discrimina apertamente: possono diventare autocensura, esitazione, vergogna o paura di perdere relazioni importanti. Davide vive anche dentro questo spazio. Il romanzo non pretende di dare una risposta sociologica, ma pone una domanda: quante possibilità umane vengono ancora sacrificate prima ancora di poter essere nominate?
- I “non detti” attraversano praticamente tutto il romanzo. Davide soffre per domande che non ha fatto e per risposte che forse non riceverà mai. Secondo lei, nella vita, sono più difficili da superare le storie che finiscono oppure quelle che non hanno mai avuto la possibilità di cominciare e che, proprio per questo, continuano a lasciare spazio all’immaginazione?
Le storie che finiscono possono fare molto male, ma almeno hanno avuto una forma, un prima e un dopo. Quelle che non cominciano davvero hanno un potere diverso: restano potenzialmente infinite. Non essendo mai state messe alla prova dalla realtà, possono continuare a esistere nell’immaginazione in decine di versioni possibili. È proprio questo che accade a Davide. Le sue domande non riguardano soltanto ciò che è successo, ma soprattutto ciò che avrebbe potuto succedere. E il condizionale è un territorio difficilissimo da abbandonare. Credo che, nella vita, si possa imparare a convivere anche con queste storie sospese, ma per farlo bisogna accettare che alcune risposte non arriveranno e che non per questo ciò che abbiamo provato perde valore.
- Il finale non offre a Davide tutte le risposte che ha cercato. La sensazione è piuttosto che abbia imparato a non averne più bisogno per riconoscere la verità di ciò che ha provato. Davide, alla fine, ha trovato una forma di libertà oppure ha semplicemente imparato a convivere con ciò che non può sapere e con la vita che ha costruito?
Direi entrambe le cose, ma non considero la seconda una forma minore di libertà. Davide non diventa libero perché riceve finalmente tutte le risposte; diventa più libero nel momento in cui smette di considerarle indispensabili. Imparare a convivere con ciò che non possiamo sapere non significa rassegnarsi, ma riconoscere il limite oltre il quale la ricerca di una certezza rischia di impedirci di vivere il presente. Alla fine non tutto è risolto, e volevo che fosse così. La sua conquista è più sottile: può riconoscere la verità dei propri sentimenti senza dover riscrivere la vita che ha costruito e senza pretendere che il passato gli restituisca una sentenza definitiva. È una libertà imperfetta, quindi molto umana.
- Lei ha scelto di pubblicare utilizzando lo pseudonimo Gabriél De Santis e di mantenere separata la propria identità privata da quella autoriale. In un romanzo che parla così profondamente di identità, parti di sé nascoste e bisogno di essere riconosciuti, questa scelta assume inevitabilmente un significato particolare. Quanto è importante per lei questa separazione e quanto influisce sulla libertà con cui riesce a scrivere?
Per me la separazione è prima di tutto uno spazio di libertà creativa. Gabriél De Santis è un’identità autoriale, non un enigma da risolvere né una strategia per trasformare la vita privata in parte dell’opera. Ho scelto consapevolmente di tenere distinti questi due territori perché desidero che al centro restino i libri, i personaggi e le domande che portano con sé. In un romanzo che parla anche di identità, la scelta può certamente assumere una risonanza ulteriore, ma non vorrei che venisse letta come una confessione indiretta o come la chiave per cercare corrispondenze autobiografiche. Lo pseudonimo mi permette, al contrario, di scrivere con maggiore libertà proprio perché sottrae la persona privata alla necessità di spiegare ogni pagina attraverso la propria biografia.
- Durante la lettura abbiamo avuto più volte la sensazione che “Non era successo niente” potrebbe funzionare molto bene anche sullo schermo. Ha mai immaginato il romanzo come un film o una serie televisiva? E, se potesse vedere Davide prendere vita sullo schermo, come dovrebbe essere l’attore capace di interpretarlo — non necessariamente un nome, ma quale sensibilità dovrebbe possedere per restituirne tutte le contraddizioni?
Sì, e forse è inevitabile: mentre scrivevo alcune scene le percepivo già in termini molto visivi, nei silenzi, negli sguardi, nei tempi sospesi e in tutto ciò che i personaggi non riescono a dire. Per questo credo che la storia potrebbe trovare una seconda vita sia nel cinema sia in una serie, purché l’adattamento conservi la sua ambiguità emotiva e non semplifichi i personaggi. Davide avrebbe bisogno di un attore capace soprattutto di sottrazione: qualcuno che sappia mostrare insieme desiderio e paura, sicurezza e fragilità, senza trasformare le contraddizioni in caricatura. Dovrebbe rendere credibile un uomo che può amare sinceramente e, nello stesso tempo, interrogarsi su parti di sé rimaste a lungo inesplorate. Più che un volto preciso, immagino una sensibilità capace di far vedere ciò che Davide spesso non riesce a dire.
L’intervista è stata realizzata grazie alla disponibilità di Gabriél De Santis, che ringraziamo per aver condiviso con Notizie dal Palco le sue riflessioni sul romanzo.
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