Da Scampia al Teatro Ariston, trentacinque anni di musica, periferia e memoria. I Fiori del Male raccontano a Notizie dal Palco la loro storia e il ritorno di “Allarme Rosso nel Golfo Persico”, il brano nato nel 1991 che porteranno alle Finali Nazionali di Sanremo Rock 2026.
Ci sono storie musicali che, per essere comprese, hanno bisogno di essere riaperte molti anni dopo. Non per nostalgia, ma perché alcuni frammenti del passato possono assumere un significato diverso quando tornano a incontrare il presente.
Quella dei Fiori del Male comincia a Scampia nel 1991, tra garage, strumenti procurati con sacrificio e il desiderio di raccontare dall’interno un territorio che troppo spesso veniva descritto soltanto attraverso criminalità, disagio ed emarginazione.
È in quel contesto che nasce anche “Allarme Rosso nel Golfo Persico”, scritto durante la prima Guerra del Golfo come reazione alle immagini di un conflitto che entrava quotidianamente nelle case attraverso la televisione.
Trentacinque anni dopo quella canzone è tornata.
L’11 settembre 2026 i Fiori del Male la porteranno sul palco del Teatro Ariston, alle Finali Nazionali di Sanremo Rock. Un passaggio che la band non considera una rivincita né un finale perfetto, ma una nuova tappa di un percorso attraversato da Napoli, Milano, Londra e Roma, tra musica, cambiamenti, separazioni e ritorni.
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Sul palco dell’Ariston la formazione sarà composta da Nunzio Ciccone alla voce, Claudio Ciccone alla chitarra, DJ e produzione, Andrea Palazzo e Saverio Pappalardo alle chitarre, Enzo Esposito al basso e Angelo Calabrese alla batteria.
Ma per raccontare questa storia non siamo partiti dall’Ariston. Siamo tornati dove tutto è cominciato: Scampia, 1991.
Ed ecco come ce l’hanno raccontata i Fiori del Male.
Partiamo da Scampia, 1991. Che cosa significava, allora, mettere insieme una band e scegliere il rock come forma di espressione proprio in quel contesto?
A Scampia, nel 1991, formare una band significava innanzitutto creare uno spazio di libertà. Eravamo giovani e vivevamo in un territorio raccontato quasi esclusivamente attraverso la criminalità, il disagio e l’emarginazione. Questi problemi esistevano, ma non rappresentavano tutta la realtà. C’erano anche ragazzi che scrivevano, suonavano, facevano teatro e cercavano un linguaggio per esprimersi.
Scegliemmo il rock perché era diretto, libero e incompatibile con l’indifferenza. Non volevamo fuggire simbolicamente da Scampia: volevamo partire da lì e raccontarla dall’interno. Le prove nei garage, gli strumenti procurati con sacrificio e i primi concerti furono una forma concreta di resistenza culturale.
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Il nome Fiori del Male nasce da un concetto che avete sintetizzato con una frase molto forte: «È una resistenza del Fiore alla tentazione del Male». Che cosa rappresentava per voi allora e che significato ha assunto dopo trentacinque anni?
Il nome richiama inevitabilmente Baudelaire, ma per noi assunse subito un significato legato alla realtà nella quale stavamo crescendo. Il Fiore rappresentava la parte creativa, fragile e vitale dell’essere umano; il Male erano la violenza, l’indifferenza, la rassegnazione e tutte le tentazioni che potevano trascinare un ragazzo lontano dalla propria identità.
Non volevamo dichiararci puri né migliori degli altri. Eravamo consapevoli che bene e male convivono dentro ogni persona. La resistenza del Fiore consiste proprio nella scelta quotidiana di non lasciarsi sopraffare. Dopo trentacinque anni questa immagine ci sembra ancora più vera: il Fiore non ha sconfitto definitivamente il Male, ma continua a resistergli.
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Nel vostro archivio c’è una fotografia del 1992 che vi ritrae giovanissimi, all’inizio di questo percorso. Se poteste parlare oggi ai ragazzi ritratti in quella fotografia, cosa direste loro?
Diremmo loro di continuare a credere in quello che stanno facendo, anche quando sembrerà non portare da nessuna parte. Diremmo di custodire ogni fotografia, registrazione, locandina e articolo, perché un giorno quei frammenti diventeranno la prova di una storia che rischiava di essere dimenticata.
Ma diremmo anche di proteggere maggiormente i rapporti umani. In una band non ci sono soltanto canzoni e concerti: ci sono amicizie, conflitti, partenze, ritorni e persone che percorrono insieme soltanto un tratto di strada. Quei ragazzi non potevano immaginare che una loro canzone sarebbe arrivata all’Ariston trentacinque anni dopo. Forse è stato meglio così: hanno suonato senza calcoli, perché sentivano di doverlo fare.
“Allarme Rosso nel Golfo Persico” nasce nel 1991, durante la prima Guerra del Golfo. Ricordate il momento o l’esigenza che vi spinse a scriverla?
Ricordiamo soprattutto l’atmosfera. La guerra entrava ogni giorno nelle nostre case attraverso la televisione. Veniva mostrata quasi come uno spettacolo tecnologico: traccianti nel cielo, bombardamenti notturni, collegamenti continui e parole come “operazione chirurgica”. Dietro quelle immagini, però, c’erano persone, paura e morte.
“Allarme Rosso nel Golfo Persico” nacque dal rifiuto di quella normalizzazione. Non volevamo scrivere un’analisi geopolitica, ma raccontare la tempesta che la guerra produce dentro l’essere umano. Per questo nel testo il Golfo Persico diventa anche qualcosa di universale: l’allarme esterno si trasforma in un allarme interiore. Era la reazione immediata di ragazzi molto giovani davanti a qualcosa che percepivano come profondamente ingiusto.
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Avete conservato quel brano per trentacinque anni e nel 2026 avete deciso di riportarlo alla luce. Perché proprio adesso? È cambiato maggiormente il mondo intorno alla canzone oppure siete cambiati voi nel modo di interpretarla?
Non avevamo programmato di aspettare trentacinque anni. Il brano era rimasto con noi, conservato nelle registrazioni e nella memoria, mentre le nostre vite attraversavano Napoli, Milano, Londra e Roma.
Nel 2026 abbiamo capito che non apparteneva soltanto al passato: le guerre, la propaganda e la trasformazione del conflitto in spettacolo mediatico lo avevano reso nuovamente attuale.
Il mondo è cambiato tecnologicamente, ma alcuni meccanismi sono rimasti tragicamente simili. Siamo cambiati anche noi: oggi interpretiamo quella rabbia con maggiore consapevolezza. Non abbiamo voluto celebrare nostalgicamente il 1991, ma riattivare un messaggio rimasto sospeso. La canzone è la stessa nella sua identità profonda, ma siamo noi a guardarla con trentacinque anni di vita in più.
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La versione pubblicata nel 2026 non vuole ricostruire artificialmente il suono degli anni Novanta, ma recuperare il nucleo originario del brano portandolo in un linguaggio contemporaneo. Che cosa avete voluto conservare della canzone del 1991 e che cosa, invece, avete sentito la necessità di trasformare musicalmente?
Abbiamo conservato il testo, la tensione e il nucleo emotivo della composizione originale. Non volevamo rendere più educata una canzone nata dalla rabbia, né correggere retroattivamente quello che eravamo. Doveva restare riconoscibile la voce di quei ragazzi del 1991.
Abbiamo invece trasformato il modo di costruire il suono. Le chitarre continuano ad avere un ruolo centrale, ma convivono con elementi elettronici, campionamenti e una produzione più vicina al nostro linguaggio attuale. Non abbiamo cercato di imitare artificialmente una registrazione degli anni Novanta. Abbiamo immaginato che cosa sarebbe diventato quel brano se avesse continuato a viaggiare con noi attraverso questi trentacinque anni.
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Avete definito il vostro suono attuale “rock italiano sporcato di elettronica”. Quanto è stato naturale far incontrare l’identità rock delle origini con l’elettronica che caratterizza il vostro presente?
È avvenuto in maniera naturale, perché rispecchia il nostro percorso. Il rock è rimasto la struttura emotiva dei Fiori del Male: le chitarre, l’impatto della band e la centralità delle parole. L’elettronica è entrata progressivamente nelle nostre esperienze, soprattutto attraverso il lavoro di Claudio come DJ e produttore e attraverso gli anni trascorsi a Londra.
Diciamo “sporcato di elettronica” perché non cerchiamo un suono perfettamente levigato. Ci interessa la contaminazione, anche quando produce attrito. La componente elettronica non sostituisce il gruppo e non nasconde gli strumenti: aggiunge un altro livello ritmico e sonoro. È l’incontro fra le nostre origini e tutto quello che abbiamo assorbito durante il viaggio.
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Il vostro archivio racconta anche una stagione culturale napoletana molto particolare. Nel 1996 Il Mattino documentava la vostra presenza accanto a Peppe Lanzetta e nell’esperienza di NonSoloBronx. Che ricordo avete di quel periodo e quanto ha contribuito a formare l’identità dei Fiori del Male?
Fu un periodo di grande fermento. “NonSoloBronx – Da casa mia non si vede Capri” cercava di portare musica, teatro e cultura nei quartieri normalmente esclusi dai grandi circuiti. Nel luglio 1996 partecipammo alla prima tappa, a San Giovanni a Teduccio, aprendo la serata prima di Francesco Baccini. Sul palco erano presenti anche il sindaco Antonio Bassolino e Peppe Lanzetta, direttore artistico del progetto.
Con Lanzetta condividevamo la necessità di raccontare Napoli senza cartoline e senza pietismo. Quelle esperienze ci insegnarono che un concerto poteva essere anche un atto culturale e sociale. Non si trattava semplicemente di esibirsi, ma di occupare uno spazio con una voce proveniente direttamente dalla periferia.
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Guardando quei documenti emerge una Scampia raccontata dall’interno, attraverso musica, teatro, iniziative culturali e artisti che cercavano altri linguaggi per parlare della periferia. Vi riconoscevate allora nella narrazione che veniva fatta di Scampia dall’esterno? E vi riconoscete in quella di oggi?
Non ci riconoscevamo in una narrazione che riduceva Scampia esclusivamente alla criminalità. Non negavamo i problemi: li vivevamo e li denunciavamo. Ma sapevamo che esistevano anche famiglie, lavoratori, studenti, musicisti e persone impegnate ogni giorno a costruire qualcosa. Quella parte raramente trovava spazio.
Oggi la narrazione è diventata più articolata, ma il rischio dello stereotipo non è scomparso. Scampia viene ancora utilizzata talvolta come simbolo immediato del male oppure, all’opposto, come racconto retorico di riscatto. Noi preferiamo restituirle la sua complessità. La nostra non è una storia di persone salvate dalla musica: è la storia di persone che hanno scelto la musica per parlare con la propria voce.
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Il vostro percorso, negli anni, ha attraversato Napoli, Milano e Londra, oltre a concerti, festival, radio, televisione e diverse esperienze della scena indipendente. Qual è stato il passaggio che, guardandovi indietro, ritenete abbia cambiato maggiormente il vostro modo di fare musica?
Probabilmente Londra è stato il passaggio che ha modificato maggiormente il nostro modo di ascoltare e produrre musica. Vivere lì per dodici anni significava essere esposti quotidianamente a culture, generi e scene differenti. Rock, elettronica, club culture e musica indipendente convivevano senza bisogno di chiedere permesso.
Napoli, però, resta il luogo nel quale è nata la nostra urgenza espressiva; Milano ci ha insegnato il confronto con un ambiente differente e Londra ha ampliato il vocabolario musicale. Roma è diventata il luogo della ricomposizione. Più che una singola città, a cambiarci è stato il movimento continuo fra questi mondi, senza perdere il legame con il punto dal quale eravamo partiti.
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Nel materiale che ci avete inviato dite di conservare ancora fotografie, locandine, articoli e numerosi documenti di oltre trent’anni di attività. Che effetto fa riaprire oggi quell’archivio? Ci avete trovato qualcosa che avevate dimenticato anche voi?
Riaprire l’archivio è stato emozionante, ma anche destabilizzante. Ogni documento riporta alla luce persone, luoghi e momenti che la memoria aveva confuso. Abbiamo ritrovato articoli, fotografie, dediche, programmi e locandine che non riguardano soltanto la band, ma raccontano una parte della scena culturale napoletana degli anni Novanta.
Alcuni episodi erano quasi scomparsi dalla nostra memoria: manifestazioni di solidarietà, concerti con altri artisti e passaggi nei quali il nome Fiori del Male compariva all’interno di storie molto più grandi di noi. Ci siamo accorti che avevamo custodito non soltanto ricordi personali, ma frammenti di memoria collettiva. Per questo oggi sentiamo anche la responsabilità di ordinare e rendere accessibile quell’archivio.
Arriviamo al presente. L’11 settembre 2026 porterete “Allarme Rosso nel Golfo Persico” sul palco del Teatro Ariston, alle Finali Nazionali di Sanremo Rock. Che cosa rappresenta per una band nata nei garage di Scampia arrivare con quella stessa canzone su uno dei palcoscenici più conosciuti d’Italia?
Rappresenta un cortocircuito temporale ed emotivo. Una canzone scritta a Scampia durante la prima Guerra del Golfo, provata nei garage e presentata dai Fiori del Male già nel 1992, arriverà trentacinque anni dopo sul palco dell’Ariston.
Non viviamo questo passaggio come una rivincita personale o come la cancellazione delle difficoltà attraversate. Il suo valore sta proprio nella continuità: non porteremo una canzone costruita appositamente per un concorso, ma un pezzo autentico della nostra storia. Con noi saliranno idealmente su quel palco anche i ragazzi della fotografia del 1992, le persone che hanno suonato nel gruppo e tutti coloro che hanno creduto che dalla periferia potesse nascere una voce diversa.
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Claudio ha detto: «Portare questo pezzo all’Ariston l’11 settembre non è provocazione, è memoria». Dove passa, secondo voi, il confine tra memoria e provocazione quando una canzone nata durante una guerra torna a parlare al pubblico mentre altri conflitti riempiono nuovamente le cronache?
La provocazione cerca soprattutto una reazione immediata; la memoria prova a creare consapevolezza.
Cantare “Allarme Rosso nel Golfo Persico” l’11 settembre può produrre associazioni forti, ma la canzone è stata scritta nel 1991, dieci anni prima degli attentati negli Stati Uniti. Non abbiamo scelto né il titolo né la sua storia per inseguire l’attualità.
Il nostro compito è essere trasparenti sull’origine del brano e sul suo significato antimilitarista. La memoria diventa scomoda quando mostra che certi meccanismi continuano a ripetersi. Se questo viene percepito come provocatorio, forse è perché ricordare obbliga a guardare il presente con maggiore attenzione. Non vogliamo utilizzare il dolore: vogliamo impedire che venga trasformato in abitudine.
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Nel 1991 “Allarme Rosso” nasceva anche dalla rabbia di ragazzi molto giovani. Quando la cantate oggi sentite ancora quella stessa rabbia oppure il tempo l’ha trasformata in qualcosa di diverso?
La rabbia esiste ancora, ma ha cambiato forma. Nel 1991 era immediata, istintiva e forse anche ingenua. Oggi contiene l’esperienza, le perdite, le responsabilità e la consapevolezza di quanto sia difficile cambiare realmente le cose.
Non vogliamo però trasformarla in rassegnazione. Quando cantiamo il brano ritroviamo l’energia originaria, ma sentiamo anche il peso dei trentacinque anni trascorsi. La rabbia è diventata memoria attiva: non soltanto un grido contro la guerra, ma il rifiuto di considerarla inevitabile. Forse oggi urliamo meno inconsapevolmente, ma sappiamo con maggiore precisione perché continuiamo a farlo.
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Dopo Scampia 1991 → Teatro Ariston 2026, viene quasi spontaneo chiedervelo: l’Ariston rappresenta un punto d’arrivo, un nuovo inizio o semplicemente un’altra tappa nella storia dei Fiori del Male?
È tutte e tre le cose, ma soprattutto è una tappa. È un punto d’arrivo perché racchiude trentacinque anni di storia, sacrifici, separazioni e ritorni. È un nuovo inizio perché sta riportando alla luce il nostro archivio, creando incontri e aprendo possibilità che non avevamo previsto.
Non vogliamo però trasformare l’Ariston in un finale perfetto. La storia dei Fiori del Male non è mai stata lineare e probabilmente non lo diventerà adesso. Continueremo a scrivere, recuperare materiale, suonare e raccontare ciò che abbiamo attraversato. Arrivare all’Ariston con “Allarme Rosso nel Golfo Persico” dimostra che alcune canzoni possono aspettare a lungo prima di trovare il proprio momento.
L’importante è non smettere di ascoltarle.






La redazione di Notizie dal Palco ringrazia i Fiori del Male per la disponibilità, per l’intervista e per il materiale d’archivio condiviso.
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