Colori d’altrove: il coraggio di andarsene per ritrovare sé stessi

Ci sono libri che ci portano a riflettere sulla nostra vita, su ciò che siamo e su ciò che vorremmo essere.

Storie che, attraverso le esperienze di chi le racconta, ci spingono a porci domande sulle nostre scelte, sui sogni che abbiamo messo da parte e su quelli che non abbiamo ancora avuto il coraggio di inseguire.

Perché ci sono momenti in cui ci accorgiamo che la vita che stiamo vivendo non ci somiglia più. Abbiamo un lavoro, delle abitudini, persone che ci vogliono bene e un futuro che agli occhi degli altri sembra già scritto. Eppure sentiamo che manca qualcosa: la libertà di essere davvero noi stessi.


Magari abbiamo un lavoro, delle abitudini, persone che ci vogliono bene e un futuro che agli occhi degli altri sembra già scritto. Eppure sentiamo che manca qualcosa: la libertà di essere davvero noi stessi.

È da questa sensazione che sono partita leggendo Colori d’altrove, il racconto autobiografico di Carolina Giudice Caracciolo, pubblicato da SBS Edizioni. La protagonista lascia Roma per trasferirsi a Creta, un’isola che conosce e alla quale sente di appartenere. Ma, pagina dopo pagina, mi sono chiesta se questo viaggio parlasse soltanto di un trasferimento.

Andarsene non significa sempre fuggire

Carolina decide di allontanarsi da una quotidianità nella quale fatica a riconoscersi, dalle aspettative che la circondano e da ritmi che non sente suoi. A Creta deve ricominciare, misurarsi con il lavoro, con una lingua e con abitudini diverse. Il cambiamento non cancella le difficoltà: le presenta, semmai, sotto nuove forme.

Eppure ho avuto la sensazione che il trasferimento sia soprattutto una metafora, o comunque un modo attraverso il quale l’autrice sembra volerci raccontare che, per ritrovare noi stessi, dobbiamo prima trovare il coraggio di «andarcene». Non necessariamente da una città o da un Paese, ma da tutte quelle situazioni nelle quali non ci riconosciamo più.

Quante volte restiamo in un lavoro, in una relazione o in un ambiente che non ci fa più stare bene? A volte per paura, altre per abitudine, altre ancora perché temiamo di deludere chi ci sta accanto. Ma andarsene non significa necessariamente sottrarsi alle proprie responsabilità. Può significare assumersi finalmente la responsabilità della propria felicità.

La libertà di scegliere, anche quando qualcuno non comprende

Una delle riflessioni che questa storia mi ha lasciato riguarda il rapporto tra l’amore e la libertà. Chi ci vuole bene può soffrire per una nostra decisione, e quel dolore merita rispetto. Ma soffrire perché qualcuno sceglie una strada diversa non è la stessa cosa che pretendere che rinunci a percorrerla.

Penso anche alle relazioni che finiscono: a volte uno dei due continua a immaginare un futuro insieme, mentre l’altro non si riconosce più in quel progetto. Il dolore della separazione è reale, ma non può diventare il motivo per cui un’altra persona debba restare. Forse amare significa anche saper lasciare liberi.

Nel racconto mi ha colpito, in questo senso, la figura della nonna di Carolina: il suo affetto non si traduce nel desiderio di trattenerla a ogni costo, ma nella volontà di vederla felice, pur sapendo che le mancherà.

Si può cambiare vita anche senza cambiare città?

Mi sono domandata se Carolina avrebbe potuto trovare la stessa serenità restando a Roma. Forse sì, se avesse trovato il coraggio di sottrarsi non soltanto alle aspettative familiari, ma anche ai ritmi, alla competizione e ai modelli che la società sembra imporci. Prendersi il proprio spazio non significa necessariamente andare lontano: significa poter vivere secondo i propri tempi, bisogni e desideri.

Per Carolina, però, partire è stata la strada attraverso cui riuscire a farlo. Non credo che il libro ci dica che tutti dovremmo trasferirci altrove. Io vi ho letto piuttosto un invito a riconoscere quando la vita che conduciamo non ci appartiene più e a trovare il coraggio di cambiarla, ovunque ci troviamo.

I sogni possono cambiare forma

C’è poi il tema delle passioni. Carolina ha coltivato il sogno della recitazione, ma il suo percorso non ha seguito la direzione immaginata. La creatività, però, non è scomparsa: ha trovato nella scrittura un altro modo di esprimersi.

È proprio questo uno degli aspetti più interessanti del suo percorso: comprendere che un sogno, anche quando non si realizza come lo avevamo immaginato, non deve necessariamente essere abbandonato. Può trasformarsi, trovare nuove strade e continuare a far parte della nostra vita.

Anche questo significa ritrovare sé stessi: imparare a riconoscere i propri sogni, accettando che possano cambiare forma. Perché ciò che cambia non è necessariamente il loro significato, ma il modo in cui riusciamo a realizzarli.

I colori di una vita che torna a somigliarci

Non esiste una vita senza problemi. Credo che la felicità stia anche nel trovare la forza di affrontarli e superarli, continuando a costruire ciò che desideriamo. È questa la serenità che ho cercato nella storia di Carolina: non la promessa di una vita perfetta, ma la possibilità di riconoscersi nelle proprie scelte.

Ed è così che interpreto il titolo Colori d’altrove. Non penso soltanto al mare e ai paesaggi di Creta. Per me quei colori sono soprattutto le nuove sfumature che la vita della protagonista assume quando riesce a dare spazio a una parte di sé che aveva lasciato in ombra.

Forse Carolina non parte per diventare una persona diversa, ma per ritrovare quella che è sempre stata. E forse il nostro «altrove» non è necessariamente un luogo da raggiungere: può essere il coraggio di tornare a essere noi stessi.

E voi? C’è una situazione dalla quale avete sentito il bisogno di allontanarvi, anche solo interiormente, per ritrovare il vostro spazio?

 


 

Colori d’altrove di Carolina Giudice Caracciolo è pubblicato da SBS Edizioni, nella collana Raccontando (2026, 143 pagine).

ISBN: 979-12-82628-03-7


Prezzo di copertina: € 15,00
Immagine di copertina: Altrove, opera digitale di Sheyla Bobba.


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