Al Teatro Trastevere, Laura Alferi porta in scena un monologo sulla bulimia, sul rapporto con il proprio corpo e su quelle parole che, a volte, possono lasciare ferite più profonde di quanto immaginiamo.
Ci sono spettacoli che raccontano storie nelle quali non necessariamente ci riconosciamo, ma che riescono comunque a farci riflettere su qualcosa che ci riguarda personalmente.
È quello che mi è successo assistendo a Bella di faccia, il monologo interpretato da Laura Alferi, scritto e diretto da Francesca Romana Miceli Picardi, portato in scena dalla Compagnia La Clessidra al Teatro Trastevere di Roma.
Lo spettacolo racconta la storia di Anna, una donna che convive con la bulimia e che, attraverso ricordi, rapporti familiari e riflessioni sul proprio corpo, ci conduce all’interno di una sofferenza difficile da comprendere fino in fondo, soprattutto quando non la si è vissuta.
Ma ciò che mi ha colpita è che, accanto a questo tema così delicato, emerge anche una domanda che forse riguarda molti di noi: quanto conta lo sguardo degli altri nel modo in cui vediamo noi stessi?
Una sofferenza che va oltre ciò che vediamo
La bulimia è una realtà complessa, che non si può ridurre alla semplice insoddisfazione per il proprio aspetto fisico. Attraverso Anna, però, lo spettacolo ci invita anche a riflettere sul peso delle parole, dei commenti e dei giudizi che possono accompagnare una persona nel corso della vita.
Quante volte qualcuno si sente dire di avere un bel viso, ma subito dopo arriva un’osservazione sul corpo? Come se un complimento dovesse necessariamente essere accompagnato da qualcosa da correggere.
E quanto possono pesare quelle parole su chi sta già vivendo un rapporto difficile con sé stesso?
Credo che Laura Alferi riesca a raccontare molto bene questa fragilità. La sua interpretazione dà voce non soltanto alla sofferenza di Anna, ma anche al bisogno di essere ascoltata, compresa e riconosciuta per qualcosa che vada oltre il suo aspetto fisico.
Non pretendo di sapere cosa significhi convivere con un disturbo alimentare. Ma penso che il teatro possa aiutarci ad avvicinarci a esperienze che non conosciamo e, soprattutto, a porci domande che forse non ci saremmo mai fatti.
Un questionario e quelle risposte che non riuscivo a dare
All’interno del teatro, la compagnia proponeva al pubblico un questionario anonimo, da compilare liberamente.
Tra le domande ce n’erano alcune apparentemente semplici: «Quanto ti senti bella?» e «Quando è stata l’ultima volta che qualcuno ti ha detto che sei bella?».
Io non l’ho compilato.
Sul momento, sinceramente, non sapevo cosa rispondere. Mi sono detta che erano domande che non mi ero mai posta.
Poi, però, ripensandoci, mi è venuto un dubbio.
E se non fosse che non mi ero mai posta quelle domande, ma che avevo sempre preferito evitarle?
Forse perché non mi sono mai sentita particolarmente bella. Forse perché, quando qualcuno mi fa un complimento, provo imbarazzo e finisco per rispondere con una battuta, quasi a voler sdrammatizzare.
A volte è più semplice scherzarci sopra che fermarsi a chiedersi perché facciamo così.
E allora quelle domande, che inizialmente avevo lasciato senza risposta, hanno cominciato ad assumere un significato diverso.
Perché abbiamo bisogno che qualcuno ci dica che siamo belli per riuscire a sentirci tali? E perché, anche quando qualcuno ce lo dice, a volte facciamo così fatica a credergli?
Non so se esista una risposta valida per tutti.
So soltanto che quel questionario, che non avevo compilato, è riuscito comunque a farmi riflettere. Forse non nell’immediato, ma dopo, quando lo spettacolo era già finito.
Botticelli e quelle forme che oggi sembrano non andare più bene
C’è stato poi un altro elemento della rappresentazione che ha attirato la mia attenzione: le immagini di corpi femminili presenti nella scenografia.
Appena le ho viste, il mio pensiero è andato a Sandro Botticelli e alle figure femminili della pittura rinascimentale.
Non so se fosse un richiamo voluto, ma è stata un’associazione immediata.
Ho pensato a quei corpi dalle forme morbide, naturali, lontani dall’immagine della modella dalle linee perfette che oggi siamo abituati a vedere così spesso.
E mi sono fatta una domanda.
Se già nel Quattrocento e nel Cinquecento una donna poteva essere rappresentata in un quadro con forme diverse da quelle che oggi consideriamo ideali, perché ci siamo convinti che esista un solo modello di bellezza?
Certo, anche in passato esistevano canoni estetici, e probabilmente ogni epoca ha avuto i propri.
Ma forse è proprio questo il punto: se l’idea di bellezza cambia nel corso dei secoli, perché continuiamo a comportarci come se quella che ci viene proposta oggi fosse l’unica possibile?
Perché un corpo deve essere giudicato in base a quanto si avvicina a un modello?
E soprattutto, chi ha deciso che quel modello debba andare bene per tutti?
Quelle immagini mi hanno fatto riflettere su quanto sia facile abituarsi a un certo ideale estetico, fino a considerare tutto ciò che se ne discosta come qualcosa da correggere.
Eppure un corpo non dovrebbe essere un problema da risolvere.
Essere belli oppure sentirsi tali?
Ripensando allo spettacolo, mi sono resa conto che forse c’è una differenza enorme tra essere considerati belli dagli altri e riuscire a sentirsi belli noi stessi.
Possiamo ricevere complimenti e non crederci. Possiamo sorridere, scherzare, cambiare discorso. Possiamo persino convincerci che chi ci guarda con interesse stia vedendo qualcosa che noi non riusciamo a riconoscere.
E forse, qualche volta, siamo noi i primi a guardarci con eccessiva severità.
Naturalmente, questo non significa che il dolore raccontato da Anna possa essere spiegato soltanto attraverso la difficoltà di accettare il proprio aspetto. La bulimia è molto più complessa e merita di essere affrontata senza semplificazioni.
Ma lo spettacolo mi ha portata anche a riflettere su qualcosa di più generale: quanto spazio lasciamo al giudizio degli altri nella costruzione dell’immagine che abbiamo di noi?
E quanto spesso dimentichiamo che una persona è molto più del corpo che mostra?
Quello che resta dopo lo spettacolo
Bella di faccia non è uno spettacolo dal quale mi sento di trarre risposte definitive.
Ho apprezzato la capacità di Laura Alferi di raccontare una storia dolorosa senza perdere di vista la persona che si nasconde dietro quella sofferenza.
Ma, più di tutto, mi sono rimaste alcune domande.
Quelle del questionario che non ho compilato. Quelle nate osservando le immagini della scenografia. E quelle che sono arrivate soltanto dopo, quando ho ripensato a ciò che avevo visto.
Forse è proprio questo uno degli aspetti più interessanti del teatro: uno spettacolo può continuare a parlarci anche quando siamo già tornati a casa.
E allora mi viene da chiedermi se, prima ancora di imparare a non giudicare gli altri per il loro aspetto, non dovremmo imparare a rivolgere uno sguardo un po’ meno severo anche verso noi stessi.
Perché dietro una «bella faccia» c’è sempre una persona, con la propria storia, le proprie fragilità e qualcosa da raccontare.
E forse dovremmo imparare ad ascoltarla prima di giudicarla.
Per approfondire lo spettacolo, potete leggere anche il nostro precedente articolo di presentazione di Bella di faccia, pubblicato il 30 settembre su Notizie dal Palco.
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