Peter Cameron Ellis mette in discussione l’ossessione contemporanea per il miglioramento personale. Un libro ironico, ricco di citazioni e provocazioni, che dichiara di non voler cambiare nessuno. E forse proprio per questo riesce a lasciare qualcosa.
Viviamo circondati dall’idea che dovremmo continuamente diventare una versione migliore di noi stessi. Più produttivi, più sicuri, più interessanti, più belli, più performanti. In poche parole: sempre qualcosa di diverso da ciò che siamo adesso.
L’inutile voglia di migliorare se stessi (e gli str…nzi attorno) di Peter Cameron Ellis, pubblicato da Diarkos, parte proprio da qui e lo fa scegliendo una strada apparentemente controcorrente: non promettere alcuna trasformazione.
Ellis, sociologo ed ex fattorino di pizze, non propone formule per raggiungere il successo né una sequenza di esercizi attraverso i quali costruire il nostro nuovo e meraviglioso io. Al contrario, mette sotto osservazione proprio quella necessità quasi compulsiva di migliorarsi che alimenta buona parte della cultura contemporanea della crescita personale.
E mentre lo fa, dissemina il percorso di ironia, provocazioni e numerose citazioni.
Il paradosso di un libro che non vuole insegnare
C’è però qualcosa di curioso che emerge durante la lettura.
Ellis dichiara di non voler scrivere il solito libro capace di insegnarci come diventare migliori. Eppure, pagina dopo pagina, la sensazione è che qualcosa finisca per insegnarlo comunque.
Forse perché invece di fornire risposte costringe a formulare domande.
Perché vogliamo migliorare?
Per noi stessi o perché qualcuno ci ha convinti che così come siamo non siamo abbastanza?
E soprattutto: chi stabilisce la persona che dovremmo diventare?
È probabilmente qui che L’inutile voglia di migliorare se stessi trova la sua contraddizione più interessante: potrebbe essere considerato quasi un manuale per migliorarsi proprio perché rifiuta di comportarsi come tale.
Non dice cosa fare. Porta piuttosto a interrogarsi sul perché sentiamo di doverlo fare.
Prima di superare un limite bisogna riconoscerlo
Uno dei pensieri che rimangono maggiormente dopo la lettura riguarda il rapporto con i nostri limiti.
Siamo abituati a considerarli qualcosa da eliminare, possibilmente in fretta. Ellis sembra suggerire una prospettiva differente: prima ancora di superarli, forse dovremmo essere capaci di riconoscerli.
E accettarli.
Solo allora il cambiamento può avere un significato diverso: non diventare qualcun altro, ma comprendere meglio chi siamo.
In questo senso acquista particolare forza una delle numerose citazioni riportate nel libro, attribuita a Carl Gustav Jung:
«Non cercare di essere migliore, cerca di essere intero».
Poche parole che sembrano contenere buona parte del senso della lettura.
Perché una società che ci invita continuamente a migliorare rischia contemporaneamente di suggerirci che essere noi stessi non sia sufficiente. Per essere notati, rispettati o semplicemente accettati bisognerebbe apparire in un determinato modo, raggiungere determinati risultati, corrispondere a un modello.
Eppure forse ciò che rende davvero una persona speciale comincia proprio quando smette di tentare di assomigliare a qualcun altro.
Il valore del non sapere
Tra le idee che attraversano il libro ce n’è un’altra particolarmente efficace: quella racchiusa nel celebre «so di non sapere».
Ellis torna più volte sulla nostra difficoltà ad ammettere i confini della conoscenza e riporta anche una riflessione dello psicologo Frank Keil: spesso non ci rendiamo conto di quanto poco sappiamo finché qualcuno non ci chiede di spiegare nel dettaglio qualcosa che credevamo di conoscere.
È un concetto semplice, ma applicato alla conoscenza di noi stessi diventa molto meno scontato.
Forse crescere significa anche questo: accorgersi di non avere tutte le risposte.
Ed è proprio qui che nasce uno dei paradossi più belli del libro: Ellis sembra partire dal socratico so di non sapere e arrivare, quasi inconsapevolmente, a una sorta di “non sapere di insegnare”.
Perché un libro che insiste nel dire di non voler essere una lezione finisce comunque per lasciare al lettore strumenti con cui guardarsi un po’ meglio.
Serio, ma senza prendersi troppo sul serio
Fortunatamente tutto questo non viene raccontato con il tono solenne del guru che ha finalmente scoperto il segreto dell’esistenza.
Ellis usa molto l’ironia, talvolta l’assurdo, e proprio questa leggerezza impedisce al libro di trasformarsi in ciò che sembra voler criticare.
Fino ad arrivare a una dichiarazione che potrebbe essere considerata quasi il manifesto conclusivo della sua provocazione:
«Questo libro non cambierà la vostra vita. Ma vi darà un alibi perfetto per non migliorarla. E a volte, è tutto quello che ci serve.»
Ed è difficile non sorridere.
Ma, dopo aver letto le pagine precedenti, viene anche spontaneo domandarsi se sia davvero così.
E se migliorarsi significasse smettere di voler essere migliori?
Forse L’inutile voglia di migliorare se stessi non cambierà la vita di chi lo legge. E probabilmente Peter Cameron Ellis sarebbe il primo a diffidare di una recensione che promettesse il contrario.
Può però ottenere qualcosa di più piccolo e, forse, più interessante: farci fermare abbastanza a lungo da chiederci perché vogliamo cambiarla.
Non offre una formula. Non stabilisce quale sia la versione migliore di noi. Non promette che alla fine delle pagine saremo persone nuove.
E proprio qui sta il suo punto di forza.
Perché talvolta crescere non significa cancellare i propri limiti o costruire una personalità più adatta alle aspettative degli altri. Significa riconoscere quei limiti, accettarli e, soltanto dopo, decidere se e come superarli.
All’inizio può sembrare un libro contro il miglioramento personale.
Alla fine rimane invece una sensazione quasi opposta: che possa aiutarci a migliorare proprio nel momento in cui smette di dirci come dovremmo farlo.
E forse è questo il bello del suo “non sapere di insegnare”.
La recensione è stata realizzata dopo la lettura del volume ricevuto dalla redazione. Le informazioni relative al libro e all’autore sono state integrate a partire dal materiale stampa fornito dall’editore.
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