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La Comicità di Alberto Sordi: Uno Specchio per l’Italiano Moderno

Alberto Sordi non è nostalgia: è ancora lo specchio degli italiani

“Alberto Sordi non faceva ridere perché era simpatico. Faceva ridere perché ci somigliava.”

La fiction andata in onda ieri sera su Rai 1 dedicata ad Alberto Sordi non è stata soltanto un omaggio televisivo a uno dei più grandi attori italiani. È stata, ancora una volta, l’occasione per guardare dentro un pezzo di Italia che forse non è mai davvero cambiato.

Permette? Alberto Sordi, diretto da Luca Manfredi e prodotto da Rai Fiction e Ocean Productions, racconta circa vent’anni della vita dell’attore romano, dal 1937 al 1957: dagli esordi difficili all’espulsione dall’Accademia dei Filodrammatici di Milano per la sua parlata “troppo romana”, fino all’affermazione nel cinema e nella commedia italiana.

A interpretare il giovane Alberto Sordi è Edoardo Pesce, attore intenso e fisicamente perfetto nel restituire la mimica, la voce e l’energia del personaggio. Accanto a lui troviamo Pia Lanciotti nel ruolo di Andreina Pagnani, Alberto Paradossi nei panni di Federico Fellini, Francesco Foti come Vittorio De Sica e Lillo Petrolo nel ruolo di Aldo Fabrizi. Nel cast anche Paola Tiziana Cruciani, Giorgio Colangeli, Michela Giraud e Martina Galletta nel ruolo di Giulietta Masina.

Dal punto di vista tecnico, il film è una produzione del 2020 dalla durata di circa 100 minuti, con fotografia di Stefano Ricciotti, montaggio di Luciana Pandolfelli e musiche di Paolo Vivaldi. La sceneggiatura è firmata da Luca Manfredi e Dido Castelli.

Il punto centrale non è soltanto la ricostruzione biografica, ma il fatto che Alberto Sordi continui a parlarci.

Rivedere oggi la storia dell’attore romano significa riscoprire un tipo di comicità che il cinema italiano sembra aver quasi dimenticato: quella capace di far ridere senza proteggere nessuno. Nemmeno il pubblico.

Sordi non interpretava eroi. Non cercava personaggi “positivi”. Portava sullo schermo uomini pieni di difetti: il vigliacco, il furbo, il conformista, il piccolo opportunista, l’italiano medio disposto a piegarsi al potere o alla convenienza personale. Figure che facevano ridere proprio perché risultavano terribilmente riconoscibili.

Ed è forse questo il motivo per cui i suoi film funzionano ancora oggi. Non per nostalgia. Non soltanto.

Funzionano perché raccontano meccanismi umani e sociali che esistono ancora: il bisogno di apparire, il trasformismo, la paura di esporsi, l’arte di arrangiarsi, il cinismo mascherato da ironia. Guardando Sordi si ride, ma spesso con un leggero disagio. Perché in quei personaggi c’è ancora qualcosa di familiare.

La televisione italiana sta tornando spesso sui grandi volti del Novecento, tra fiction biografiche e operazioni memoria. Ma nel caso di Alberto Sordi il discorso è diverso. Sordi non è soltanto una figura storica del cinema italiano: è un linguaggio nazionale. È il racconto di un Paese che ha sempre saputo prendersi in giro, ma raramente cambiare davvero.

E forse è proprio questo che colpisce di più rivedendolo oggi.

Molti personaggi contemporanei sono costruiti per essere simpatici, rassicuranti, facilmente condivisibili. Sordi invece era scomodo. I suoi personaggi spesso erano egoisti, codardi, perfino irritanti. Ma avevano una verità che oggi manca a molta comicità contemporanea.

La fiction Rai dedicata all’attore arriva in un momento in cui gli italiani sembrano avere sempre più bisogno di guardarsi indietro per capire il presente. E forse il motivo è semplice: alcune contraddizioni del Paese sono ancora tutte lì.

Per questo Alberto Sordi non appartiene soltanto al passato. Continua, ancora oggi, a essere uno specchio.


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